Berlinguer e il Paese da salvare

 

di Ranieri Popoli

 

Siamo giunti al quarantesimo anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer. Pubblicazioni, convegni, mostre, trasmissioni televisive hanno trovato un inaspettato riscontro da parte di tanti cittadini, anche più giovani, a conferma che la politica non è vero che sia tutta chiacchiere e distintivi ma che può suscitare ancora un certo interesse quando riesce a parlare il linguaggio della credibilità. Quello odierno è un capitolo un po’ particolare in quanto compendia un contesto storico-politico che naturalmente avrebbe bisogno di altri momenti e di altre carature per essere affrontato adeguatamente. Siamo lontani da quegli accadimenti, tutto sommato contemporanei, forse più con lo spirito che con il tempo per cui non si sa se collocarli nella Storia o nell’attualità politica. Parlare non solo di Berlinguer, ma anche di uno come Aldo Moro, ad esempio, significa proporsi, attraverso un approccio quantomeno emotivo ma pari alla ricca complessità dello statista democristiano, in una ricerca che eviti il cadere in semplificazioni e luoghi comuni che in questi lunghi anni non hanno di certo contribuito a delinearne un profilo politico e intellettuale realistico e compiuto. Parlare di Moro e Berlinguer significa innanzitutto non rifugiarsi esclusivamente nello stereotipo interpretativo del “Compromesso storico” o limitandone lo spazio temporale di riferimento ai soli 55 drammatici giorni dell’epilogo esistenziale di uno dei dirigenti politici più determinati e raffinati che la politica nazionale e internazionale abbia conosciuto. Nella cittadina di Maglie, che ha dato i natali ad Aldo Moro, è stata realizzata una scultura raffigurante il dirigente scudocrociato con una copia de L’Unità nella tasca della sua giacca. Al di là del certosino intento realizzativo, credo che siamo di fronte alla rappresentazione di uno degli abbagli storiografici più eclatanti della politica italiana laddove si veicola un fuorviante messaggio di ricostruzione storica che certamente non aiuta a comprendere la composita fenomenologia berligueriana-morotea. Se c’è un punto di congiunzione da parte di questi due grandi dirigenti non è l’improbabile fusione fredda delle loro storie personali e delle proprie convinzioni politiche ma il prendere coscienza che il nostro Paese negli anni Settanta registrava degli evidenti segnali di crisi strutturale i quali se non avessero ricevuto il necessario rimedio avrebbero di certo condotto la spinta unitaria democratica antifascista e costituente a esaurirsi per consunzione oppure per il sopraggiungere di eventi traumatici. Ma come fu individuata dai due leaders questa sintesi di consapevolezza? Innanzitutto c’è da dire che per le spiccate caratteristiche delle loro personalità fu un’elaborazione del tutto autonoma originata, tra l’altro, in due contesti culturali e politici completamente diversi e per non poco aspetti confliggenti. Berlinguer aveva seguito il suo percorso di dirigente comunista a partire dagli anni dell’impegno giovanile sotto la carismatica leadership di Palmiro Togliatti e quelli della sua maturazione politica ricoprendo ruoli di crescente rincalzo dirigenziale con la segreteria di Luigi Longo, il quale, a differenza di quello che si è portati a credere, fu determinante nel creare le condizioni del passaggio generazionale nel processo di direzione politica del partito in un contesto di importanti introduzioni di discontinuità, in particolare per ciò che riguardava la politica estera e il rapporto con il mondo comunista dell’Est europeo. Berlinguer diventa Vice Segretario del PCI nel 1969 ed eletto Segretario generale con il Congresso di Milano del 1972. Sono gli anni della contestazione giovanile, delle lotte operaie e sindacali, nonché del movimento studentesco, che segnano una profonda domanda di cambiamento sociale e culturale ma soprattutto una crescente partecipazione popolare alla vita politica del Paese. Ma sono anche gli anni della mai sopita controffensiva reazionaria che probabilmente con l’etichettatura fascista non dà ragione della sua più vasta e complessa natura. Per comprendere le ragioni oscure dei tentativi di golpe, degli attentati stragisti, dei comportamenti deviati di Servizi e degli apparati dello Stato, della diffusione del fenomeno terroristico, del sorgere di organizzazioni mafiose di caratura nazionale e internazionale e della presenza di congreghe massoniche occulte, occorre risalire alle “anomalie” che presentava in modo quasi esclusivo per la sua portata il nostro Paese all’indomani della Seconda guerra mondiale dalla quale, è bene ricordarselo, era uscito sconfitto e occupato, privandosi di una compiuta sovranità nazionale. Questo Paese vede la presenza dei suoi due maggiori partiti, la DC e il PCI, che si dichiarano per natura e posizionamento politico apertamente conflittuali e alternativi ma che nel corso dello sviluppo degli eventi cercheranno di ritrovarsi, insieme al PSI pre craxiano, su di un terreno necessariamente comune, che è quello della salvezza della democrazia del Paese. Salvezza non solo dai tentativi di soppressione violenta in continua incubazione da parte della reazione, ma anche dal suo inesorabile logoramento dovuto al cattivo funzionamento istituzionale e alla corrosione morale in corso nel sistema politico bloccato. Ma prima Moro e poi Berlinguer ragionando da lungimiranti dirigenti politici non credono che la soluzione sia nell’ingegneria sistemica, come avverrà irresponsabilmente da parte della dirigenza post comunista e democristiana all’indomani della caduta del muro di Berlino, ma nella paziente e tenace ricerca di una prospettiva, si complessa, ma che sapesse cogliere i bisogni profondi del cambiamento del nostro Paese. Moro agli inizi degli anni sessanta inizia a “forzare la mano” rompendo la linea centrista degasperiana, indotta a suo tempo anche dagli Stati Uniti e dal Vaticano, aprendo un dialogo con il partito socialista e con il suo ambiente culturale di riferimento. Aldo Moro è stato il politico italiano che probabilmente più di tutti ha riservato sempre una grande attenzione ai cambiamenti in atto nel tessuto civile e politico del Paese, riservandone un approccio non opportunistico, ripiegato, cioè, sulle esigenze personali o di parte, ma capace di tessere un dialogo nella distinzione dei ruoli per ricercare sintesi nuove e avanzate. Le ragioni della sua attenzione rispetto alla costruzione politica del Centro-Sinistra sono da ricercare nel graduale processo autonomista che avvia il PSI di Pietro Nenni, il quale nel solco della destinalizzazione in corso nei paesi e nei partiti comunisti e dopo l’invasione da parte dell’Armata Rossa di Budapest, si orienta per un superamento del frontismo post bellico delineando una strategia per l’affermazione di una linea autonomista nei confronti del PCI. Ci sarà bisogno del doppio trauma del Governo Tambroni e di un disvelato tentativo di colpo di Stato del 1962 perché una recalcitrante DC segua il suo segretario Aldo Moro nella realizzazione del progetto del Centro-Sinistra con l’ingresso del PSI a pieno titolo nell’area di governo. Lo statista democristiano crede in quella che sarà la sua vera grande strategia politica per la quale si spenderà in ogni modo perché sia tenuta in vita. Egli è convinto che i grandi mutamenti in corso nel Paese, ma soprattutto nello scenario internazionale, hanno bisogno di un crescente coinvolgimento delle masse popolari rendendole partecipi di un grande processo di riforme di civilizzazione democratica e sociale. E come sempre il suo ragionamento ingloba di riflesso il partito, che corre il rischio di vedersi ingabbiato nelle logiche del mero potere correntizio ma soprattutto di declinare verso uno snaturamento identitario abbandonando la strada del popolarismo per imboccare quella del moderatismo conservatore . Una strategia, si badi bene, non solo teorica ma calata nella realtà del Paese, in particolare attraverso l’azione riformatrice dei suoi governi, che saranno protagonisti in chiaroscuro di buona parte di quel decennio. Ma proprio verso la fine di esso, sull’onda lunga che arriva dagli States, passando per l’Inghilterra e la Francia, giunge anche in Italia l’eco del mitico Sessantotto giovanile che in Italia avrà la sua coda con l’altrettanto intenso movimento dell’ “autunno caldo” che vedrà protagonista una classe operaia sempre più cosciente e organizzata. Moro intuisce che il destino dell’Italia non è più nelle sole mani democristiane iniziando a interloquire con questo magma del cambiamento inaugurando quella che poi passerà alla Storia come la strategia dell’attenzione. Nonostante l’ottenimento di diversi importanti risultati nell’ambito della sua azione di governo, come la nazionalizzazione della rete elettrica nazionale, la riforma scolastica, l’istituzione costituzionale del referendum e delle Regioni, la promulgazione dello Statuto dei lavoratori, il Piano nazionale casa, la riforma dell’istituto degli assegni familiari, la domanda di cambiamento che sale del profondo del Paese è impressionante anche se non riesce ancora a trovare uno sbocco elettorale conseguente, come confermano i risultati elettorali del 1968 e del 1972. E’ in questo contesto che Enrico Berlinguer, giunto al vertice del partito, comprende che un Paese in cosi forte fermento sociale e culturale, ma anche così esposto a svolte autoritarie, e con tutto il suo portato di contraddizioni, abbia bisogno di risposte serie e durature e di un grande sostegno popolare per riproporre una nuova unità nazionale non divisiva. In questa sede non affronterò la vicenda politica del compromesso storico, le sue implicazioni e gli accadimenti che fecero seguito contrassegnati dalle tappe più significative che furono la grande avanzata elettorale della prima metà degli settanta, l’esperienza del governo di solidarietà nazionale, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e la svolta del 1980 di Salerno con la cosiddetta alternativa democratica. Mi limiterò semplicemente a riflettere brevemente sulle ragioni che indussero Berlinguer a delineare una strategia politica che insieme a evidenti successi raccolse anche sconfitte e limiti che diedero ragione al crepuscolo della “Repubblica dei Partiti”, per dirla con Pietro Scoppola, e in particolare alla torbida stagione del Pentapartito della quale ancora oggi si ha per la maggiore una lettura semplificata collocata tra l’esperienza di governo craxiana e l’avvento di “Tangentopoli”. Una delle critiche che ancora oggi viene rivolta alla politica degli anni settanta, in particolare a quella ispirata dal pensiero e dall’azione morotea e berlingueriana, è quella della estrema lentezza rispetto allo scorrere e alle esigenza della Storia. Probabilmente alla luce di quella che è stata l’involuzione del processo storico –politico contemporaneo alle dinamiche fluenti a cui siamo stati abituati ad assistere, in particolare negli ultimi decenni, può apparire vero questo paradosso temporale ma se ci collochiamo nello spirito e nel contesto storico del tempo probabilmente ci renderemo conto che le cose non stanno proprio in questo modo. Yalta non era stato e non era una divisione del mondo ma un assetto rispetto al quale nascevano in diverse parti del pianeta proprie dinamiche, le quali, però, pur avendo un loro sviluppo, anche cruenti, si pensi alle guerre del Sud Est asiatico o alle dittature latino-americane, non mettevano in discussione l’equilibrio raggiunto e garantito da una terribile deterrenza militare. Questo a Berlinguer era ben chiaro ed era anche cosciente che quell’equilibrio pesavano enormemente e più di tutte le sfere di influenze del mondo in Europa. Il vecchio e diviso continente non viveva solo la separazione della cortina di ferro ma una realtà composita all’interno dei loro rispettivi fronti. La sfera dei paesi del “socialismo reale” vedeva una situazione che per comodità di facciata rappresentava i singoli paesi come dipendenti o accondiscendenti della potente Unione Sovietica ma in realtà le classi dirigenti, nella loro accezione più ampia, come tante Repubbliche di Salò, erano totalmente asservite alle volontà di Mosca per cui ogni ipotesi di evoluzione di quei regimi generata da un processo interno era inverosimile. Le invasioni dell’Ungheria, della Cecoslovacchia e della Polonia furono lì a confermarlo anche se per molti anni anche in questi casi vi è stata una semplificazione manichea e superficiale che non ha per nulla giovato alla conoscenza del composito mondo comunista. La vicenda ungherese in questo senso probabilmente è la più emblematica. Una dottrina che era sostenuta dalle stesse Amministrazioni statunitensi , in particolare lungo l’asse degli avvicendamenti dei Presidenti USA, almeno fino all’avvento di Reagan e che vedeva in Henry Kissinger e Gromyko le sintesi più emblematiche. Berlinguer aveva avuto certamente una formazione “ideologica” ma non era stato di certo coinvolto, come la generazione di comunisti italiani precedenti, in relazioni di contiguità con la nomenclatura sovietica, per cui intuì che un’evoluzione di quel sistema , che presentava già oggettivi limiti rispetto alla civiltà europea occidentale , e perché no, anche orientale, non sarebbe mai avvenuta al suo interno ma occorreva individuare altre strade almeno per quanto riguardava il PCI se non si voleva correre il rischio di diventare forze marginali e residuali come gli altri partiti comunisti occidentali. La via italiana al socialismo di togliattiana memoria nella stagione post staliniana ebbe una funzione in questa direzione ma restava ambigua nel determinare un modello istituzionale, sociale ed economico prefigurando un mondo di valori ma non un impianto politico costituente. Berlinguer, a partire dalla riscoperta del pensiero gramsciano, comprende che senza offrire anche un percorso, una prospettiva che incidesse sull’assetto politico nazionale, si sarebbe condannato il più forte Partito comunista del mondo, secondo solo a quello Sovietico e Cinese, pur nella sua visibile declinazione democratica, a un ruolo progressivamente marginale e in perenne declino. Il primo necessario distacco dal contesto egemonizzato dal ruolo del PCUS Berlinguer lo realizza facendo leva su un assunto che segnerà uno storico spartiacque allorquando dichiarerà nella monumentale scenografia de Congresso del monolitico partito di Breznev il principio dell’irrinunciabilità del valore universale della democrazia. rompendo qualsiasi legame ideologico e culturale con il principio leninista di un modello politico fondato sul partito unico. Un percorso a dir poco impervio che il leader del PCI cerca di estendere al di fuori dei confini nazionali dando vita al tentativo di creare una rete tra i diversi partiti comunisti europei occidentali, in primis quello francese e spagnolo, i quali nonostante saranno protagonisti dei primi governi a guida socialista dei rispettivi Paesi resteranno ancorati comunque a un retaggio filosovietico e comunque a una strutturazione politica ben lontana dagli orizzonti del partito di massa, peculiarità vincente propria del PCI. Berlinguer nonostante intuisca questi limiti non osa andare oltre il guado, per dirla con la nota espressione di Giorgio Napolitano, evitando, quindi, un inizio di relazioni con le forze socialiste e socialdemocratiche tedesche prediligendo una suggestiva ma anche più ardua “terza via”, ponendo l’orizzonte oltre le esperienze del socialismo sia occidentale che dell’ Est europeo. Il punto di discrimine di questo progetto era un superamento del sistema, o se si r preferisce della logica più deteriore del capitalismo ( non era ancora maturata la svolta neoliberista degli anni ottanta) , non attraverso la soluzione dell’Ottobre ma democratica, che avrebbe dovuto ergere Stati capaci di pensare socialmente. Sullo sfondo di tale scenario restava la prospettiva ultima di superamento della logica dei blocchi, a partire da quella militare, la quale non solo legava l’Europa a una logica bellica di contrapposizione tra i due blocchi ma anche gli stessi singoli Paesi alle rispettive alleanze militari e ai loro sistemi politici. Ecco perché in modo lungimirante Berlinguer punta su un’Europa libera da arsenali per portare certo la pace ma anche per superare la stessa logica di Yalta. La vulgata che vuole ancora oggi il PCI fuori dalla prospettiva di costruzione dell’Unione Europea è ingiustamente associata alla posizione che il partito ebbe in occasione dell’adesione al Sistema Monetario Europeo allorquando mostrò delle oggettive riserve circa il percorso e le modalità di adesione prefigurando un meccanismo per nulla garantista degli standard dei Paesi economicamente e socialmente più deboli. Problemi che ci ritroveremo avanti negli anni con il processo di costruzione dell’Unione Europea e dell’Euro con la sua torsione monetarista e tecnocratica che è stata alla base della crescita di un sentimento antieuropeista da cui hanno preso origine i movimenti politici sovranisti e populisti della nuova e composita Destra Europea. E’ in tale scenario che va letto lo stesso fenomeno di una lotta politica armata che esce dagli argini partitocratici per iniziare nei movimenti studenteschi e operai , coinvolgere un importante numero di cittadini impegnati in politica a sinistra in forme libere e autonome e sfociare da un lato in un progressivo riflusso partecipativo e dall’altra nella lotta armata, sia organizzata che spontanea. Ma è utile ricordare che in questo complesso scorcio degli anni Settanta si registra nel Paese comunque un’importante partecipazione di massa verso la cosiddetta democrazia organizzata ( partiti, sindacati, associazioni, movimenti, ecc. ) e dall’altra un ingresso nel mondo della rappresentanza ai diversi livelli istituzionali che di fatti estende e rinnova l’autonomismo territoriale a cui fa da riflesso un processo di riforma dello Stato di diritto in settori fondamentali della vita . Il Paese in sostanza vive una sorta di paradosso vivendo una stagione democratica senza precedenti e contemporaneamente forti tensioni sociali e seri rischi di tenuta del sistema democratico. In questo decennio, infatti, caso unico al mondo, si ha l’accentuazione della cosiddetta strategia della tensione, iniziata ben prima del 12 dicembre 1969, atta a collocare l’Italia nel solco reazionario mediterraneo di Paese “normalizzato”, l’innesco della guerra di mafia in Sicilia, la stagione stragista ad opera degli ambienti eversivi della Destra italiana e pezzi deviati degli apparati dello Stato, la formazione di logge massoniche segrete legate a centri di potere internazionali occidentali , la diffusione di un radicato movimento politico armato proveniente dalla cultura storica del movimento operaio e da alcuni filoni della Resistenza partigiana italiana. Il tutto in un contesto di rallentamento e di crisi inflattiva dell’economia italiana e internazionale che non frena la crescita consumistica della società italiana e la riorganizzazione del tessuto agro-produttivo, in particolare nelle aree del Nord del Paese. La proposta del Compromesso Storico, a partire dal significato politico della sua terminologia espressiva, laddove l’aggettivo non intende esaltare un’eclatante episodicità ma richiamare quello avvenuto nel delicato periodo della transizione repubblicana, rivelando la necessità di una “rifondazione” di quel patto democratico pena il declino irreversibile del Paese e la perdita di ogni prerogativa di autonomia politica, economica e culturale. Questa elaborazione è raccolta da un Moro profondamente preoccupato nel vedere un Paese che presenta alcune “anomalie” strutturali tra le quali emerge il blocco del sistema politico e istituzionale che non consente al sistema democratico quella fisiologica alternanza che si registra in altri Paesi europei e liberali essendoci il famoso fattore “K” ovvero la presenza

di un forte e radicato partito comunista che seppur garante di libertà e democrazia si ritiene più che vicino a Mosca non organico al sistema politico, militare ed economico occidentale e ai suoi interessi. E’ vero che la Storia non la si interpreta con il senno del poi e andrebbe compreso meglio lo spirito del tempo degli accadimenti ma relazionare un contesto storico con quello che poi accade nel suo futuro offre una lettura interpretativa  aggiornata di tale processo. La caduta del muro di Berlino e la conseguente disgregazione del sistema comunista dei Paesi del Patto di Varsavia restituiscono un’Europa finalmente libera dal Portogallo agli Urali e si apre una prospettiva di creare un nuovo grande spazio democratico continentale che potrebbe costituire, insieme agli Stati Uniti, l’altro pilastro geo politico ma anche  economico-culturale dell’Occidente. Per le forze  progressiste e del socialismo democratico europeo si apre, dunque, l’opportunità storica di essere gli unici protagonisti della “rivincita” dopo il decennio neo liberista degli anni Ottanta offrendo un punto di riferimento ai Paesi originari e a quelli che si candidano a entrare nell’Unione Europea perché il vecchio continente non sia solo un luogo di libertà ma anche di giustizia, dove, cioè, gli Stati  siano capaci di pensare socialmente. Ma le cose non vanno nella direzione auspicata perché a partire proprio dalla nuova Russia di Eltsin, si registrano non i segnali di un nuovo “New deal”  quanto quelli di una nuova offensiva ultra liberista questa volta  non egemonizzata più dalla politica, il tacherismo, la Reagan economics, ma da forze finanziarie-politiche-militari  e della new economy che troveranno sempre più nel tempo forza ed  egemonia sullo scenario internazionale condizionando la stessa formazione in chiave tecnocratica conservatrice dell’Unione Europea.  La storia del socialismo internazionale dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917  si era divisa in due ambiti distinti e confliggenti generando uno schieramento “ortodosso” composto per lo più dai partiti o movimenti comunisti aventi un obiettivo di sovvertimento delle istituzioni liberali e uno riformista, il quale, con non poche co divisioni interne, prefigurava la via parlamentare e democratica per le Sinistre.    Una vicenda fatta di divisioni, contrapposizioni, incomprensioni che dopo la fine dell’esperienza del cosiddetto “Socialismo reale”  aveva lasciato il campo interamente al fronte riformatore essendo scomparsi, ad eccezione di quello italiano, quasi tutti gli altri partiti del comunismo europeo occidentale. E a questo punto, in questo snodo epocale che le forze riformatrici pur avendo registrato il favore della Storia, di fatti rinunciano a svolgere il ruolo che gli sarebbe spettato nel nuovo scenario europeo e internazionale, ovvero  quello di contrapposizione al disegno delle forze ultra liberiste e tecnocratiche. Senza il mito della Rivoluzione d’Ottobre, con tutti i suoi limit e le suecontradddizioni si fa fatica a  pensare a un altro forte sentimento internazionale capace, ad esempio, di contribuire in modo determinante al processo di decolonizzazione del Sud del Mondo. La chimera del riformismo, come soluzione alternativa ideale alla deriva democratica dei paesi occidentali, per la seconda volta nel solco della Storia del Novecento ha mostrato tutta la sua inconsistenza per cui probabilmente è venuto il momento di riflettere, anche in senso storiografico, in modo più serio e argomentato, sui processi storici che hanno interessato la Sinistra nel mondo. Berlinguer fu preso, anche all’interno del partito, per un inconcludente visionario perché la sua “Terza via” in fondo non avrebbe portato da nessuna parte.  Forse, ora che i fatti della Storia si sono incaricati di dire molte cose, l’osannata  socialdemocrazia in fondo non è sembrata proprio il sistema o la soluzione più appropriata per fermare e vincere la deriva  antidemocratica in corso qualcuno potrebbe dire in coscienza che Berlinguer in fondo non aveva avuto tutti i torti .  

 

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