L’acqua è un bene comune

di Tonino Scala

 

L’estate dell’acqua. E delle decisioni importanti.

Credo che sulla vicenda ABC sia arrivato il momento di provare a mettere in fila alcune cose. Senza tifoserie, senza semplificazioni e soprattutto senza trasformare una questione così delicata in uno scontro tra chi sarebbe per l’acqua pubblica e chi sarebbe contro.

Parto dalla politica, perché viene prima delle norme e delle formule giuridiche.

Per quanto mi riguarda, e per la comunità politica che rappresento, un punto non è negoziabile: l’acqua è un bene comune e la sua gestione deve rimanere interamente pubblica. Non oggi soltanto, ma domani e negli anni che verranno. L’acqua deve restare fuori dal mercato e dalla logica del profitto.

Punto.

Detto questo, credo sia necessario anche sgombrare il campo da un equivoco: a Napoli non si sta privatizzando l’acqua. Il Comune non sta decidendo di vendere ABC ai privati e la proposta di trasformazione prevede una società interamente pubblica. Dire oggi che a Napoli si sta privatizzando l’acqua significa, a mio avviso, o utilizzare una parola molto forte per strumentalizzare politicamente la vicenda oppure non cogliere la natura reale della discussione.

Questo non significa affatto abbassare la guardia. In altri ambiti i processi di privatizzazione dei servizi pubblici esistono e li contrastiamo. E soprattutto significa interrogarsi sulle garanzie per il futuro: perché essere pubblici oggi non basta, se non costruiamo strumenti capaci di garantire che si resti pubblici anche domani.

ABC non nasce per caso. La scelta dell’azienda speciale fu figlia di una stagione politica precisa e del grande pronunciamento popolare del 2011. Quella storia non può essere liquidata come se fosse un accidente amministrativo. Dentro quella forma giuridica c’era una scelta politica: sottrarre l’acqua alla logica del profitto.

Ed è proprio per questo che credo sia stato commesso un errore fin dall’inizio: non aver ascoltato i comitati e non aver aperto con loro un confronto vero prima di avviare un percorso così delicato.

I comitati non sono un fastidio da gestire né un ostacolo alla decisione. Sono parte della storia che ha portato Napoli a scegliere l’acqua pubblica. Si può essere in disaccordo con alcune loro valutazioni, si possono avere letture giuridiche differenti, ma non si può prescindere dal loro ascolto.

Quell’errore, però, può ancora essere corretto. Siamo ancora in tempo.

Non per ricominciare tutto da capo o per alimentare un altro scontro, ma per fare ciò che forse andava fatto dall’inizio: aprire un confronto pubblico, vero e trasparente, mettendo sul tavolo tutte le possibilità prima che venga assunta una decisione definitiva.

Perché nel frattempo è intervenuto un nuovo quadro normativo e dobbiamo avere l’onestà di misurarci con esso.

Il problema è soprattutto l’articolo 14 del decreto legislativo 201 del 2022. La norma, parlando delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, contempla l’azienda speciale «limitatamente ai servizi diversi da quelli a rete». E il servizio idrico è evidentemente un servizio a rete.

Da qui nasce una domanda che continuo a considerare decisiva: se lasciassimo ABC esattamente com’è, avremmo la certezza giuridica di poter mantenere l’affidamento in house del servizio nei prossimi decenni?

Una lettura letterale dell’articolo 14 pone un problema serio. Sarebbe sbagliato negarlo.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che la discussione sia già chiusa.

In queste ore ho letto anche le riflessioni di Alberto Lucarelli e Andrea Eugenio Chiappetta sulla nota istruttoria della Corte dei conti del 27 luglio. Pongono questioni che, proprio perché considero l’acqua pubblica un principio da difendere, penso vadano approfondite e non liquidate.

La prima è metodologica ma sostanziale: quella della Corte dei conti è una nota istruttoria, non una deliberazione conclusiva. La Corte chiede informazioni e chiarimenti alla Regione e all’EIC e domanda espressamente di spiegare la compatibilità della natura giuridica di ABC con l’articolo 14 del decreto legislativo 201/2022. Non afferma, almeno in quella nota, che ABC debba necessariamente trasformarsi in S.p.A.

Questa distinzione conta.

La seconda questione è ancora più interessante: stiamo parlando di un nuovo affidamento oppure della possibilità di prorogare quello esistente?

ABC ha attualmente l’affidamento diretto del servizio fino al 31 dicembre 2027. Secondo questo parere, proroga e nuovo affidamento non possono essere considerati automaticamente la stessa cosa e proprio in questa distinzione potrebbe esserci uno spazio giuridico per conservare l’azienda speciale.

È una tesi che va verificata. Non assunta come verità, ma neppure scartata per comodità.

Anche perché una posizione analoga è stata espressa dal professor Gaetano Azzariti. Quando più letture giuridiche autorevoli pongono lo stesso interrogativo, la politica ha il dovere di approfondire prima di assumere una decisione irreversibile.

E c’è un ulteriore elemento che trovo significativo. Secondo la ricostruzione di Lucarelli e Chiappetta, la stessa Corte dei conti domanda perché sia stata abbandonata la prospettiva di una ABC più grande, di dimensione metropolitana. È difficile trasformare questa richiesta, da sola, nella certificazione dell’inadeguatezza dell’azienda speciale.

Dunque non mi convince nessuna delle due certezze assolute.

Non mi convince chi dice: la legge ci obbliga a trasformare ABC in S.p.A., non esistono alternative.

Ma non mi convincerebbe neppure chi dicesse: possiamo tranquillamente lasciare tutto com’è, non esiste alcun problema normativo.

Il problema esiste. La soluzione non è ancora così indiscutibile.

Ed è esattamente qui che deve tornare la politica.

Prima di modificare la natura giuridica di ABC vorrei che si verificasse fino in fondo una strada: possiamo conservare l’azienda speciale e contemporaneamente mettere al sicuro l’affidamento pubblico del servizio?

Se la risposta è sì, dobbiamo sapere attraverso quale percorso normativo, con quali garanzie e con quale solidità rispetto a eventuali contenziosi futuri.

Se invece la risposta è no, e la trasformazione societaria risultasse davvero necessaria per garantire l’affidamento in house nei prossimi decenni, allora si apre un secondo problema, altrettanto importante: come costruiamo una società che sia pubblica oggi e che sia praticamente impossibile privatizzare domani?

Perché una differenza rimane. Ed è enorme.

Un’azienda speciale non possiede azioni da vendere. Una S.p.A. sì.

Per questo non può bastare dire che ABC S.p.A. Benefit sarà al cento per cento pubblica. Occorrono garanzie statutarie fortissime: capitale integralmente pubblico, divieto dell’ingresso dei privati, controllo pubblico effettivo, reinvestimento delle risorse nel servizio, tutela dei lavoratori, partecipazione dei cittadini e meccanismi rafforzati che impediscano a una futura amministrazione di cambiare con facilità ciò che oggi viene promesso.

E anche la parola Benefit deve avere un contenuto concreto. Non può diventare un aggettivo rassicurante apposto accanto alla sigla S.p.A.

Per questo penso che, prima della decisione definitiva, serva una cosa molto semplice: un confronto pubblico tra le diverse tesi giuridiche, coinvolgendo anche i comitati e i movimenti che su questo terreno hanno costruito anni di battaglie e di elaborazione.

Mettiamo intorno allo stesso tavolo chi sostiene l’incompatibilità dell’azienda speciale con l’articolo 14 e chi ritiene invece percorribile la strada della proroga. Mettiamo sul tavolo la normativa, la convenzione, la nota della Corte dei conti, il parere di Lucarelli e Chiappetta, quello di Azzariti, la posizione dell’EIC, quella del Comune e le osservazioni dei comitati.

E facciamo una domanda a tutti: qual è la strada giuridicamente più solida per garantire che l’acqua di Napoli rimanga pubblica per i prossimi decenni?

Non dobbiamo innamorarci dello strumento fino al punto da mettere a rischio il principio. Ma non dobbiamo neppure abbandonare uno strumento pubblico soltanto perché qualcuno ci dice che non esistono alternative, se quelle alternative non sono state studiate fino in fondo.

È questo il dubbio che mi accompagna.

Ed è un dubbio che considero politico, prima ancora che giuridico.

Perché nel 2011 gli italiani non votarono per una sigla societaria. Dissero qualcosa di molto più grande: l’acqua non è una merce.

Quella volontà viene prima dell’azienda speciale e viene prima della S.p.A.

Perciò studiamo. Confrontiamo. Ascoltiamo anche chi finora non è stato ascoltato abbastanza. Verifichiamo ogni possibilità. E poi decidiamo.

Senza pregiudizi, ma anche senza cambiare forma giuridica con leggerezza.

Perché possiamo discutere dello strumento. Possiamo discutere dell’articolo 14, della proroga, dell’in house, dello Statuto e della società Benefit.

Su una cosa, invece, non c’è nulla da discutere: l’acqua è e deve restare un bene comune. E deve restare nelle mani del pubblico.

 

Tonino Scala

Segretario regionale Sinistra Italiana Campania

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