Riforma dell’Università pubblica: è la precarizzazione tombale della ricerca scientifica

di Fabio Carbone

 

Il governo Meloni persegue nella volontà di istituzionalizzare le diseguaglianze sociali in questo Paese. La notizia seria, che preoccupa oltre 15mila precari dell’università pubblica italiana, riguarda la riforma del sistema universitario. La Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha inviato alla Conferenza dei Rettori Universitari Italiani la bozza di riforma del pre-ruolo, cioè il periodo tra il dottorato di ricerca e l’ingresso nel ruolo di Professore Associato. Si tratta di un testo orripilante, che sconvolge la legge 79/2022 del governo Draghi che, pur non in maniera strutturale, mirava a stabilizzare i ricercatori e i post-doc, eliminando la figura del Ricercatore a tempo determinato di tipo A, ampliando a sei anni la funzione contrattuale del Ricercatore a tempo determinato di tipo B con possibilità di entrare in ruolo già al terzo anno e cancellando l’assegno di ricerca (inquadrato come lavoro parasubordinato) in favore di un contratto di ricerca (inquadrato come lavoro subordinato), con regolazione del salario e rapporto di lavoro inquadrato in un vero e proprio CCNL. La legge 79/2022, tuttavia, è rimasta in un limbo consapevolmente creato dal Ministero, in attesa di una legge ordinaria che riformasse il settore.

 

Nell’attuale sistema accademico italiano ci sono oltre 15mila precari, distinti tra assegnisti di ricerca (tra cui figura anche lo scrivente), post-doc, ricercatori a tempo determinato, professori a contratto. Siamo la carne viva di questo sistema, che contribuiamo a tenere in piedi grazie ai costanti sacrifici che facciamo ogni giorno, aiutando le strutture accademiche ad assicurare la docenza e la didattica, potendo però contare su retribuzioni nettamente e drasticamente inferiori rispetto al resto d’Europa. La retribuzione media di un dottorando di ricerca (con borsa) è di circa 1200 euro al mese; all’assegnista di ricerca, figura parasubordinata, va leggermente meglio con circa 1400 euro al mese, ma l’inquadramento contrattuale non prevede una serie di tutele previdenziali che in un Paese normale spetterebbero di diritto; un ricercatore di tipo B giunge a prendere poco più, ma se al termine del periodo contrattuale viene giudicato non idoneo per la stabilizzazione ad Associato, è fuori dal sistema.

 

La riforma Resta-Bernini porta a compimento la distruzione del sistema universitario operata dalla legge 30 dicembre 2010, n. 240, cioè la disgraziata riforma Gelmini. Essa amplia la giungla dei contratti e della precarizzazione, introducendo sei nuovi strumenti contrattuali differenziati: una posizione per gli studenti laureandi, che recherà nuovi oneri per le strutture accademiche, le figure di assistente junior e assistente senior, il contratto post-doc per i dottori di ricerca, il professore aggiunto che può avere incarichi per sei anni e solo per la docenza. Fino a questo momento la trafila di precariato da compiere, per chi completa il ciclo di istruzione e di formazione universitaria (laurea triennale+laurea magistrale+dottorato di ricerca), è pari a dieci anni, prima di essere stabilizzato come Professore Associato. Con la giungla dei contratti precari della riforma Bernini il rischio di restare precari e di saltare di posizione in posizione aumenta il tempo a venti anni. Venti anni di precarietà. Venti anni di incertezza professionale ed esistenziale. L’età media di individui che entrano nel sistema accademico e raggiungono la stabilizzazione si colloca, oggi, intorno ai 43-45 anni, una vergogna inaudita per un Paese democratico. La flessibilizzazione della riforma Bernini istituzionalizza la docenza precaria.

 

Non finisce qui il dramma. Il decreto sull’università sancirà il taglio di risorse al FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) delle Università pubbliche di 300 milioni di euro, di cui 200 alla quota base e 100 alla quota premiale, cioè le risorse assegnate con criteri decisi dal Ministero.

Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), la principale fonte di entrata per le università statali, rappresenta la somma delle risorse stanziate dallo Stato ogni anno per il funzionamento del sistema accademico. Questo quadro ci riporta all’epoca più buia vissuta dall’università pubblica italiana, alla stagione 2008-2010 e alla riforma Gelmini, la scellerata mannaia che il governo Berlusconi calò sul sistema accademico italiano, tagliando 700 milioni di euro al FFO. L’Università pubblica ha affrontato un decennio terribile di sottofinanziamento a causa della riforma Gelmini e della spending review, arrivando a un calo del -18% nel picco 2008-2013. Solo nel 2021, a pandemia in corso e con il governo Conte II, le risorse reali sono tornate ad aumentare e a stabilizzarsi ai livelli del 2008. Nel 2023 la spesa per il FFO, cioè la spesa minima per il sostentamento dell’intero settore, si è collocata intorno ai 9,2 miliardi di euro. La spesa militare in Italia, per fare un confronto, è di 29 miliardi di euro al 2024.

 

L’Università italiana rischia di diventare sempre più terreno di diseguaglianze e deserto intellettuale praticato da quei pochi fortunati che possiedono in autonomia le risorse finanziarie e culturali per studiare e lavorarvi. Tutti gli Atenei sono sotto organico con riguardo a tutte le figure contrattuali già attualmente esistenti, con una disparità rispetto agli altri Stati membri europei enorme. Siamo pochi, sottopagati e sfruttati. La classe dirigente nazionale si riempie la bocca della questione della fuga dei cervelli, ma ad ogni riforma del sistema universitario si distrugge il poco che ancora funziona e assicura una tenuta dignitosa della didattica e della ricerca scientifica, peggiorando lo scarsissimo indice di attrattività per i ricercatori e studiosi esteri e spingendo sempre più connazionali a tentare di fare fortuna nel settore in altri Paesi. Il sistema ha bisogno di ricercatori stabili per assicurare alta qualità della didattica e della ricerca.

 

La selezione nei luoghi del sapere sta ormai avvenendo per origine e censo di appartenenza. Questo è uno scenario ancora più fosco se rapportato al contesto degli Atenei meridionali, sottofinanziati rispetto a quelli settentrionali e tra i più sofferenti nell’assicurazione della qualità della didattica e della ricerca, con strutture spesso fatiscenti, organici sottostimati e una quantità di adempimenti burocratici in capo ai docenti che toglie tempo alla didattica e alla ricerca. A quindici anni da quella riforma scellerata dal sapore thatcheriano, che riversò odio di classe nei confronti del sistema universitario, la riforma Resta-Bernini completa il percorso di annientamento di un settore dove la spesa pubblica è pari ad appena l’1,5% del PIL nazionale, di gran lunga inferiore alla media dei Paesi UE e OCSE.

 

Occorre una mobilitazione su larga scala dei lavoratori della conoscenza. Il pericolo è reale e lo scenario nel quale tante università di provincia rischiano di chiudere non è così lontano.

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