di Tonino Scala
Confesso che trovo il dibattito alimentato in questi giorni sulla cosiddetta cultura woke nella sinistra italiana piuttosto fuori luogo. E, per molti aspetti, insensato.
Se ne discute come se improvvisamente avessimo scoperto il male oscuro della sinistra, la ragione della sua difficoltà a parlare al Paese. Giuseppe Conte è intervenuto sostenendo che il woke non possa diventare l’ossatura ideologica di una forza progressista e che il terreno fondamentale debba essere quello delle disuguaglianze. Da lì si è aperta una discussione che ha coinvolto praticamente tutto il centrosinistra.
Il punto è che in Italia non mi pare esista una cultura woke della sinistra nel senso in cui questo fenomeno si è sviluppato negli Stati Uniti.
Partiamo dalle parole. Woke nasce nella cultura afroamericana come invito a essere vigili di fronte al razzismo e alle discriminazioni e assume poi, soprattutto nel dibattito politico e universitario statunitense, significati molto più ampi. Da noi è arrivato successivamente e, soprattutto negli ultimi anni, è diventato spesso un’etichetta: dentro ci si mette un po’ di tutto, dal politicamente corretto alle questioni di genere, dal linguaggio inclusivo alla lotta contro il razzismo.
Ma davvero questa sarebbe la cultura dominante della sinistra italiana?
Io non la vedo.
Vedo una sinistra che discute, forse anche troppo e qualche volta male. Vedo sensibilità differenti. Vedo anche eccessi individuali, come esistono in qualsiasi ambiente politico e culturale. Ma non vedo un movimento politico italiano che abbia sostituito la questione sociale con una sorta di ortodossia linguistica importata dai college americani.
E soprattutto rifiuto un’altra contrapposizione: quella secondo cui per tornare a parlare agli operai, ai precari, ai pensionati e alle periferie dovremmo smettere di occuparci dei diritti delle minoranze.
Non dobbiamo scegliere.
La sinistra deve parlare di salari. Di precarietà. Di sicurezza sul lavoro. Di sanità pubblica. Di scuola. Di diritto alla casa. Di pensioni. Di redistribuzione della ricchezza. Deve tornare dove le persone faticano, dove un lavoro non basta più per vivere, dove curarsi diventa un lusso.
Questa è giustizia sociale.
Ma la stessa sinistra deve difendere una ragazza discriminata perché lesbica, un ragazzo aggredito perché gay, una donna che rivendica la propria libertà, una persona straniera vittima di razzismo, una persona con disabilità che chiede semplicemente di avere gli stessi diritti degli altri. Deve interrogarsi anche sulle parole, perché qualche volta le parole feriscono, escludono, costruiscono muri.
Questi sono diritti civili.
E deve occuparsi dell’aria che respiriamo, dell’acqua, del consumo di suolo, della crisi climatica, della possibilità che i nostri figli ereditino un pianeta nel quale sia ancora possibile vivere dignitosamente.
Questa è giustizia ambientale.
Non sono tre sinistre diverse.
È la stessa sinistra.
Non a caso Sinistra Italiana ha scritto nei propri documenti che «giustizia sociale, diritti civili, giustizia ambientale» sono facce della stessa medaglia e ha esplicitamente rifiutato una classifica delle dignità. Nei documenti congressuali la lotta per i diritti civili, contro il razzismo e il patriarcato viene intrecciata alla giustizia sociale e ambientale, non sostituita ad esse.
È questa l’idea di sinistra che rivendico.
Perché il lavoratore sfruttato può essere gay. La donna che subisce una discriminazione può essere precaria. Il ragazzo straniero può vivere nella stessa periferia dell’operaio italiano. E tutti respirano la stessa aria inquinata.
La disuguaglianza non domanda prima quale battaglia politica preferiamo.
Per questo discutere se vengano «prima» i diritti sociali o quelli civili significa, secondo me, accettare una domanda sbagliata.
Possiamo certamente discutere degli eccessi, delle esasperazioni del linguaggio, persino di una sinistra che qualche volta ha dato l’impressione di parlare più facilmente nei convegni che davanti ai cancelli di una fabbrica. Sarebbe una discussione utile.
Ma non chiamiamola guerra al woke.
Perché rischiamo di combattere un fantasma importato dall’America mentre davanti a noi abbiamo problemi tremendamente italiani.
Salari bassi, lavoro povero, sanità che arretra, scuola in difficoltà, disuguaglianze che crescono, diritti ancora negati e una crisi ambientale che non aspetta i nostri dibattiti estivi.
La sinistra dovrebbe occuparsi di questo.
Di tutto questo.
Perché la giustizia, quando è davvero giustizia, non lascia indietro nessuno.
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