La banalità del male

di Tonino Scala

 

Sembra di essere tornati dentro le pagine di Hannah Arendt. Non perché la storia si ripeta mai nello stesso modo, ma perché certi meccanismi fanno paura proprio per la loro normalità.

Un ministro israeliano che si fa fotografare con un cappio e che, secondo quanto ha dichiarato, ha fatto predisporre strutture per le impiccagioni nelle carceri, immaginando persino telecamere attraverso le quali i familiari delle vittime possano assistere alle esecuzioni. Palestinesi marchiati con numeri sul corpo. Giornalisti arrestati e identificati con numeri. Famiglie palestinesi chiuse nelle proprie case mentre coloni occupano terre e proprietà. Attivisti e volontari per Gaza in tutto il mondo, aggrediti da estremisti. Sorgenti d’acqua palestinesi rese inutilizzabili, in una terra dove anche l’acqua può diventare uno strumento di dominio.

Non voglio fare paragoni facili. La storia ha il dovere di conservare nomi, responsabilità e differenze. Ma abbiamo anche il dovere di riconoscere il male quando accade davanti ai nostri occhi.

Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non ha sempre bisogno di mostri. Può diventare procedura, abitudine, linguaggio quotidiano. Può entrare nelle istituzioni e finire per sembrarci normale.

C’è però qualcosa che oggi dovrebbe interrogarci ancora di più: noi vediamo.

Vediamo Gaza distrutta. Vediamo i civili morire. Vediamo la violenza dei coloni in Cisgiordania. Vediamo bambini, donne, uomini privati della casa, della terra, dell’acqua, della libertà. Vediamo tutto quasi in diretta.

E continuiamo la nostra giornata.

Forse è questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di farci, senza bandiere e senza appartenenze: che cos’altro deve accadere perché il mondo smetta di voltarsi dall’altra parte?

Perché arriva un momento in cui il silenzio non è più prudenza.

È una scelta.

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