Il femminicidio non è un’emergenza e il patriarcato non è finito, ma Valditara lo vuole ignorare.

di Gabriella Notorio

 

Il Ministro Valditara è tornato a parlare di violenza sulle donne, presentandola sempre sul piano delle emergenze. Il punto da cui bisogna partire è che più si ragiona sul femminicidio e la violenza contro le donne come un’emergenza continua, più i fondi messi a disposizione dal Governo si riveleranno sempre inefficaci e inconsistenti.

Il Femminicidio non è un’emergenza.
Le emergenze sono eventi temporanei, imprevedibili o straordinari (alluvioni, terremoti, incidenti). Si affrontano con fondi straordinari, interventi ex post o di riparazione dei danni.
Il Femminicidio, invece, è un fenomeno ordinario, sistemico e anche prevedibile, poiché radicato nell’organizzazione e nella struttura sociale, economica e culturale. Quando il problema è sistemico ed ordinario servono interventi preventivi, perché è già nota la ripetibilità del fenomeno. E questo ce lo dicono i trend che vanno avanti ormai da più di dieci anni o le indagini Istat, condotte anche sul lavoro dei Centri Antiviolenza in Italia, che sono facilmente consultabili.
Il Governo della Meloni e Valditara, dunque, partono da un costante errore concettuale di fondo. Un errore oggi imperdonabile. Soprattutto dopo il mese di Agosto che ha registrato ben 8 femminicidi.

Il 1975 non segna la fine del patriarcato.
Valditara afferma con molta sicurezza che il patriarcato non esiste più come istituto ed è stato abolito nel 1975.
Evidentemente il Ministro è piuttosto confuso nel ricordare la storia dei diritti delle donne.
La cancellazione della patria potestà esclusiva al padre dal codice civile non corrisponde alla fine del patriarcato. Nel 1981 sono stati eliminati il matrimonio riparatore e il delitto d’onore, che hanno rappresentato le più grandi infamie legate al patriarcato.
Pertanto, il 1975 è una data di una tappa fondamentale per il diritto di famiglia, ma non il punto di arrivo per i diritti delle donne.
Il patriarcato poi persiste ancora oggi come retaggio culturale sotto forma di stereotipi, squilibri di potere e dinamiche di controllo radicati nei secoli in tutte le società e classi sociali.

Il “patriarcato mediterraneo” non esiste in letteratura.
Anche qui sulla scorta dell’euforia di Vannacci si sta utilizzando un termine sconosciuto alla letteratura antropologica e sociologica, così come ai Gender Studies.
Se l’intento è fornire una visione fuorviante e oltre modo riduttiva della violenza contro le donne e dei femminicidi dobbiamo ricordare al Ministro che la dimensione di questi fenomeni è globale, giacchè presenti in tutte le aree del mondo. Non esiste al momento alcun luogo in cui non vi sia violenza maschile sulle donne e questo dipende dalla costruzione culturale di una disparità tra il potere maschile e quello femminile, portata avanti da idee, visioni, pensieri, norme e regole sociali su i due sessi e sul corpo. Se il corpo maschile è forte, quello femminile debole. L’uomo deve proteggere la donna ed essere il suo capo (il capofamiglia). Ed è così che dal piccolo nucleo familiare privato siamo giunti a quello pubblico, economico e lavorativo in cui sono nate gerarchie di potere con a capo sempre l’uomo. E questa non è una peculiarità dell’area mediterranea, ma un fenomeno storico universale che ha attraversato la nostra società in tutta le sue culture.
La parola che mette chiarezza al fenomeno è poi il “genere”. Una parolina che fa paura alla destra al punto da non volerla mai usare.
Ridurre la violenza di genere ad un retaggio geografico o a una “questione formale d’altri tempi”, come afferma Valditara, vuole dire ignorare sempre come il patriarcato si manifesti oggi: nel divario e nella disparità salariale, nel carico sproporzionato del lavoro di cura, nel calo della natalità e nella posticipazione della nascita del primo figlio per le donne in età più avanzata rispetto al passato. Ugualmente si ignorano le storie di violenza in tutte le sue forme come conseguenza di dinamiche legate invece alla visione patriarcale della relazione e della famiglia.

Salvare le donne.
Se Valditara pensa che non serva altro sforzo, solo perché sono stati stanziati 18 milioni di euro, noi non la pensiamo così.
18 milioni di euro è solo un dato economico insufficiente e la quantità di risorse stanziate non equivale automaticamente all’efficacia degli interventi, soprattutto se non sono soddisfatte tutte e quattro le aree principali per cancellare la violenza e la morte delle donne per mano degli uomini, come ricorda la Convenzione di Istanbul, ratificata anche dall’Italia nel 2013.
Le quattro aree (dette 4 P) sono: punizione dei colpevoli protezione delle vittime, prevenzione dalla violenza e politiche integrate.
l’Italia resta ferma alla punizione del maltrattante e del femminicida. Ma questo è solo uno dei livelli che non basta da solo.
Abbiamo bisogno di includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado l’uguaglianza tra sessi, l’abolizione degli stereotipi e delle discriminazione legati ai ruoli di genere, di insegnare a bambini e ragazzi il reciproco rispetto, la risoluzione non violenta dei conflitti e l’educazione all’affettività e alla sessualità.
Cose che il nostro Governo e.Valditara non ritengono mai necessario, senza addirittura nemmeno mettere mano agli altri due aspetti: la protezione delle vittime e lepolitiche integrate.
È stato rafforzato da questo Governo il lavoro e il ruolo dei Centri Antiviolenza in Italia? Sono stati messi a punti dei sistemi di integrazione tra le politiche sociali, abitative, lavorative per sostenere le donne vittime di violenza e i loro figli nelle fasi di fuoriuscita dalla violenza?
Interrogativi che hanno la stessa risposta: NO!
Per Valditara, invece, tutto si fa già. Ma non è così.
Sforzarsi a fare di più è indispensabile.
Le donne continuano a morire. Bisogna salvare le donne.

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