Lettera aperta alla Presidente del Consiglio: sia orgogliosa di essere donna e risolva le ombre nere

 

Gent. on. Giorgia Meloni,

Chi Le scrive non è solo una sociologa, giornalista e scrittrice, nonché fiera sostenitrice degli ideali della Sinistra e dell’Antifascismo, ma una donna che nella sua vita ha combattuto (e tuttora combatte) molte battaglie: tra le prime atlete donne quando per una adolescente fare sport agonistico in una cittadina di provincia (Ariano Irpino, AV) non era scontato, poi speaker radiofonica, quindi giornalista delle prime tv locali e in seguito della Rai: il tutto controcorrente e da sola, osteggiata persino dalla famiglia, ma questa è altra storia. Oggi, in età matura, in lotta per diritti basilari negati e usurpati. Una combattente, per indole e per necessità, tuttavia libera da pregiudizi e che crede ancora nel valore delle persone e nella consequenzialità tra parole e azione e pertanto, a scanso di equivoci, premetto che il mio approccio nei Suoi confronti sarà pragmatico-obiettivo, ovvero basato sui fatti.

Lei ha superato il famigerato tetto di cristallo ed ha avuto il privilegio di diventare prima donna presidente del Consiglio: coronamento di lotte secolari di tante donne in ogni campo, come ha riconosciuto. Ha citato le donne del Risorgimento e quelle politiche più recenti, quindi è saltata direttamente a oggi, omettendo la Resistenza. È vero che ha ricordato Tina (Anselmi) e Nilde (Iotti), ma solo in quanto prima donna ministro e prima presidente della Camera, non certo come partigiane. Eppure, se non ci fossero state tantissime donne, in ogni ruolo, nella lotta per la Liberazione dal nazifascismo, molte torturate e uccise, Lei non godrebbe della libertà che Le ha consentito di fare politica fino a raggiungere l’apicale posizione conquistata. È da quella lotta di Liberazione che è nata la Costituzione, ispiratrice della nostra democrazia e dei principi di emancipazione. Nel discorso di insediamento, in un veloce passaggio, ha detto di non aver mai provato simpatia per i regimi, fascismo compreso: non mi è parso sufficiente per smarcarsi da quel fascismo che tanti danni ha causato e continua a fare, anche attraverso i nostalgici che ogni anno indisturbati, perseverano nel radunarsi a Predappio. Dopo l’ultima, puntuale commemorazione del Duce del 30 ottobre, con tanto di saluti romani e inni sulla sua tomba, alle sollecitazioni dei giornalisti, si è detta lontana da quel tipo di politica: allora perché non fa nulla per vietare quelle anacronistiche manifestazioni? Anzi, perché nomina addirittura sottosegreteria una che da giovane Predappio l’ha frequentata (Frassinetti) e un viceministro (Bignami) che ha fatto feste con la svastica sulla giacca? Perché preferisce sgomberare con un decreto legge ad hoc i rave party (peraltro già regolati dall’art. 633 del c.p.) e non le parate delle nostalgiche camicie nere? Se è vero che non si dissocia da ciò che disse Fini, ovvero che “il fascismo è il male assoluto”, perché non scioglie finalmente le formazioni neofasciste incostituzionali, come Forza Nuova e Casa Pound, responsabili peraltro, del vile assalto alla CGIL del 9 ottobre 2021? E sempre a proposito di Casa Pound, perché non la sgombera dalla lunga occupazione abusiva della sede romana? Perché, inoltre, non elimina la fiamma della discordia dal simbolo di Fratelli d’Italia, così come la senatrice a vita Liliana Segre (miracolosamente scampata ad Auschwitz), Le ha chiesto? Perché nel discorso di insediamento ha parlato soltanto dei ragazzi “neri” uccisi dall’antifascismo, omettendo quelli “rossi” uccisi dai fascisti? Teme forse di perdere i suoi seguaci dell’estrema destra? Emergono, insomma, le Sue non poche contraddizioni: la credibilità di un politico si misura anche dalla sua capacità di superarle.

Lei si è definita un “underdog”, una sorta di perdente su cui nessuno scommetterebbe, quantomeno per le condizioni familiari di partenza. Dissento dalla lettura, alquanto vittimistica della Sua storia. Lei, in una città “favorevole” come Roma, ha potuto masticare politica fin da giovanissima, è entrata in un partito che l’ha formata, ha avuto mentori significativi come Fini e Berlusconi, che l’hanno promossa ministro molto giovane (2008). Per non parlare di tutti gli uomini di comprovata esperienza politica che l’hanno sostenuta fin dalla fondazione del Suo partito. Partire da una condizione svantaggiata, talvolta paradossalmente può rivelarsi uno stimolo, crea l’achievement motivation, cioè quella forte motivazione alla riuscita, che rappresenta una sfida al suo superamento. Non ha dovuto lottare sola contro tutti: forse contro un mondo maschile e maschilista, ma che in fondo l’ha considerata una di loro, tanto da aver investito sulla Sua crescita senza ostacolarla perché donna. Lei stessa, persona determinata, persino nell’impostazione dei toni della voce e nella postura, si è perfettamente uniformata a quel mondo. Ciò emerge anche dalla Sua precisazione su come farsi chiamare, “il presidente”: ma perché sminuirsi, rinnegando il genere di appartenenza? Crede forse di “farsi perdonare di aver osato usurpare il potere maschile” e che perciò venga accettata più di buon grado? O è Lei che nel ruolo, in fondo si sente un po’ inadeguata, come se non lo meritasse? C’entra forse l’inconscio o la mancata accettazione da parte di suo padre? Anch’io ho avuto un padre che non ha fatto il suo dovere, non mi ha nemmeno riconosciuta, ma non per questo sono stata mai disposta a sminuirmi o a ritenere che avrei preferito essere maschio, per sentirmi accettata. L’autorevolezza è come il coraggio: si ha, oppure no! Di sicuro siamo ancora immersi in una società troppo maschilista e misogina, ma non possiamo assecondarla: bisogna combatterla, fiere del nostro essere donne, promuovendo un differente modus operandi. Ricorda di quando rivendicava a gran voce di essere donna, madre, etc.? Non si lasci omologare dal potere, ma cerchi di usarlo in positivo: è nella posizione di chi può osare un cambiamento, sostenga dunque la pace, valore da preservare e difendere, rivendichi con orgoglio la sua appartenenza di genere e promuova la sorellanza. Diversamente, presidente del Consiglio uomo o donna che sia, nulla cambia, anzi piuttosto che un traguardo emancipatorio, per le donne potrebbe rivelarsi una triste beffa. Stride in tal caso, affermare che da donna avverte un peso maggiore, se poi pratica atteggiamenti di machismo che tradiscono quanto sarebbe lecito attendersi. I problemi da affrontare sono gravosi, se li è voluta assumere, dicendosi pronta fin dalla campagna elettorale e ha fatto ogni sforzo per giungere al governo. Contrariamente a quanto aveva promesso, non si può dire che abbia cominciato innovando nella scelta dei ministri. Ci saremmo aspettati persone di “alto profilo”, scelte in base a competenze e specchiata etica e moralità: preferibilmente, scartando componenti familistiche. Perché non ha incaricato persone senza ombre e che non abbiano mai avuto problemi con la giustizia? Molti provengono da governi precedenti, con un’età media piuttosto alta (oltre i 60 anni); su 26 ministri, le donne sono soltanto 6 (27%), peraltro, non proprio personalità eccellenti per sensibilità, cultura, esperienza. Discorso analogo per parecchi dei ben 39, tra viceministri e sottosegretari.

Capisco le difficoltà di accontentare chi l’ha sostenuta, comprese le altre due componenti della coalizione, ma non arretri su principi di solidarietà, giustizia sociale, democrazia, tolleranza, uguaglianza, assistenza sanitaria, o sui diritti all’aborto e al divorzio, conquistati con anni di faticose battaglie, anche per consentire a Lei di giungere al ruolo che riveste. Da una donna autodefinitasi pragmatica, che ha precisato di volere essere al di sopra delle parti e dei partiti nell’interesse dell’Italia, è lecito attendersi azioni al di sopra delle bandierine identitar-ideologiche piantate finora. Non faccia l’errore di togliere indiscriminatamente il reddito di cittadinanza, misura di civiltà peraltro applicata in buona parte d’Europa: ci sono di certo tra i percettori dei furbetti che non ne hanno diritto (ben vengano i controlli), ma per molti è l’unica fonte di sostentamento, essere poveri non deve diventare una vergogna, soprattutto se il lavoro non c’è, né si è in grado di crearlo miracolosamente. Non smarrisca il senso di umanità. Strizzare l’occhio alla parte politica che Le è più vicina e innescare micce attraverso divieti, censure, privazioni, coercizioni, soprattutto in periodi socio-economico-culturali delicati e critici, è pericoloso: l’odio sociale è dietro l’angolo, uno scenario insidioso, assolutamente da scongiurare.

Floriana Mastandrea

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