Milano, il caso Sala e la lezione dimenticata di Sullo. La sinistra e la città da ricostruire

 

di Michele Iervolino

La crisi che ha colpito in questi giorni la giunta milanese guidata da Beppe Sala non è un banale incidente di percorso amministrativo, né un semplice rimpasto di poltrone. È il segnale evidente di una frattura politica più ampia, che riguarda il rapporto tra sinistra, poteri urbani e funzione pubblica della città.

L’uscita di scena dell’assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi si inserisce in un contesto in cui la visione urbanistica della città sembra sempre più assoggettata a logiche di mercato, in un equilibrio precario tra retorica green e crescita immobiliare, tra partecipazione annunciata e decisioni già prese. Una Milano che si racconta smart, resiliente e sostenibile, ma che nei fatti continua a produrre diseguaglianza, gentrificazione e marginalità sociale.

In questo scenario torna prepotentemente d’attualità la figura – oggi quasi dimenticata – di Fiorentino Sullo, l’unico legislatore della storia repubblicana che tentò seriamente di colpire la rendita fondiaria urbana. La sua proposta di legge del 1962, che puntava a separare la proprietà del suolo dal diritto di edificare, fu affossata da una convergenza trasversale tra interessi speculativi e veti politici. Ma quel progetto conteneva un’intuizione potente: la città non può essere governata dalla rendita.

La sinistra democratica, oggi, dovrebbe ripartire proprio da lì.

La città come spazio politico

Nella Milano di questi anni – e purtroppo anche in molte altre città amministrate dal centrosinistra – il piano urbanistico è diventato uno strumento di accompagnamento della rendita, non più un presidio di giustizia sociale. I piani di governo del territorio sembrano rispondere più alle esigenze degli investitori internazionali che ai bisogni delle classi popolari. Le periferie vengono “rigenerate” per essere poi svendute, e il diritto all’abitare viene subordinato alla logica del profitto.

Milano, vetrina del neoliberismo urbano italiano, è diventata simbolo di un modello da respingere. Un modello che produce esclusione, aumenta il costo della vita, sfratta i fragili e premia chi già possiede. Altro che smart city: siamo davanti a una città-finanza, costruita non per chi ci vive, ma per chi ci investe.

La sinistra, se vuole tornare a essere credibile, deve riconoscere il fallimento di questo paradigma. Deve smettere di rincorrere la modernità calata dall’alto e tornare a progettare dal basso, con una nuova stagione di pianificazione democratica e partecipata. Urbanistica non come tecnica, ma come esercizio di sovranità popolare.

Riappropriarsi del suolo

Il suolo è un bene finito. Non si riproduce, non cresce. Per questo motivo, chi lo controlla esercita un potere enorme. Fiorentino Sullo lo aveva capito più di sessant’anni fa: la rendita urbana è una delle più grandi ingiustizie del nostro tempo, perché arricchisce chi non produce nulla, e impoverisce chi ha bisogno di uno spazio per vivere.

La sua proposta – troppo rivoluzionaria per quegli anni – mirava a sottrarre il suolo alla logica mercantile, rendendolo oggetto di pianificazione pubblica, a beneficio della collettività. È un’idea che oggi, nell’epoca della crisi ecologica e della crisi abitativa, appare più attuale che mai.

Serve una nuova riforma urbanistica che metta al centro:

il diritto alla casa come diritto costituzionale pieno;

la funzione sociale della proprietà, come previsto dall’articolo 42 della Costituzione;

il primato della pianificazione sull’interesse privato;

strumenti efficaci di lotta alla speculazione, come l’esproprio dei suoli inutilizzati, la tassazione delle plusvalenze immobiliari, e l’uso strategico dei beni pubblici.

La sinistra e il dovere della proposta

La vicenda milanese deve interrogarci come progressisti. È finito il tempo delle ambiguità: non si può stare con la rendita e con il popolo allo stesso tempo. Ogni volta che la sinistra rinuncia alla sua funzione redistributiva anche in campo urbanistico, tradisce la propria missione storica.

Ricostruire una città giusta significa restituire voce ai territori, garantire accesso alla casa, ai servizi, agli spazi pubblici. Significa pianificare in funzione dei bisogni reali, non dei rendimenti immobiliari. Significa, in fondo, ripartire da Sullo. Da quella riforma mai attuata, che ancora oggi aspetta di essere realizzata.

Perché una sinistra che non ha una sua idea di città è una sinistra che ha già perso. E noi, quella partita, vogliamo giocarla fino in fondo. Con le nostre idee, i nostri corpi e la nostra ostinazione.

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