«Noi ci fermiamo qui». La lezione di Fabio Mussi che continua ancora

 

di Tonino Scala

 

Ci sono frasi che appartengono a un congresso, a una stagione politica, perfino a un giorno preciso. E poi ce ne sono altre che, con il passare degli anni, smettono di appartenere soltanto a chi le ha pronunciate.

«Noi ci fermiamo qui».

Fabio Mussi pronunciò quelle parole il 20 aprile del 2007, al congresso dei Democratici di Sinistra di Firenze. I DS stavano per sciogliersi. La strada verso la nascita del Partito Democratico era ormai segnata. Mussi salì sul palco sapendo che quello sarebbe stato un addio dopo quarant’anni di storia politica. Non fece una requisitoria. Non insultò chi aveva scelto diversamente. Non trasformò una separazione politica in una resa dei conti personale.

Disse, semplicemente, che lui si fermava lì.

Per me, invece, proprio lì cominciò un nuovo inizio.

Venivo da un’altra esperienza politica e, insieme a tanti compagni e tante compagne, scegliemmo di incrociare quella strada. Seguimmo Fabio Mussi e, insieme, contribuimmo a costruire un percorso nuovo. Un percorso lungo, tortuoso, fatto anche di sconfitte. Sconfitte che, a guardarle oggi, sono state forse necessarie per continuare a cercare ciò che non abbiamo mai smesso di cercare: ridare un orizzonte alla sinistra.

Nacque Sinistra Democratica. Poi quella ricerca incontrò altre storie e contribuì alla costruzione di Sinistra Ecologia Libertà. E ancora Sinistra Italiana. Fino all’esperienza di Alleanza Verdi e Sinistra di oggi.

Non è stata una strada dritta. Sarebbe sciocco raccontarla così.

Ci sono state sconfitte, errori, divisioni, speranze troppo grandi e risultati troppo piccoli. Abbiamo cambiato simboli e organizzazioni. Abbiamo discusso, qualche volta litigato. Alcuni compagni hanno preso altre strade, altri si sono aggiunti lungo il cammino.

Eppure, guardando indietro, quel solco è ancora riconoscibile.

Fabio Mussi è morto a Roma a 78 anni. Era stato dirigente del PCI, parlamentare per cinque legislature, capogruppo, vicepresidente della Camera, ministro dell’Università e della Ricerca nel secondo governo Prodi. Era stato uomo di partito nel significato più antico e più nobile della parola: uno di quelli per i quali la politica non cominciava dalla propria candidatura e non terminava con la propria carriera.

Figlio di operai, iscritto al PCI giovanissimo, aveva conosciuto la grande scuola politica e culturale del comunismo italiano. Era stato a Rinascita, all’Unità, nella direzione del PCI. Aveva attraversato la Bolognina, il PDS e i DS. E proprio per questo il suo no del 2007 aveva un peso particolare. Non era il rifiuto del cambiamento di chi voleva conservare tutto com’era. Mussi la Bolognina l’aveva sostenuta. Sapeva che le forme della politica cambiano. Contestava un’altra cosa: l’idea che per essere moderni fosse necessario cancellare le proprie radici.

«Cancellare le tracce è diseducativo», disse a Firenze. E aggiunse una frase che conserva intatta la sua forza: «Quando il moderno si presenta come il nuovo assoluto, in verità è già decrepito».

Dentro quelle parole c’era molto più della discussione sul futuro dei Democratici di Sinistra.

C’era una domanda che riguarda ancora la sinistra di oggi: quanto di noi stessi possiamo cancellare in nome del nuovo prima di non sapere più chi siamo?

Ecco la sua lezione.

Una lezione che oggi mi sembra perfino più attuale di allora.

Perché abbiamo passato molti anni a discutere di contenitori e troppo pochi a domandarci che cosa dovessero contenere. Abbiamo pensato che bastasse cambiare nome alle cose per cambiare le cose. Abbiamo confuso qualche volta la modernità con la rimozione della memoria, l’innovazione con l’abbandono delle radici, la ricerca del consenso con la rinuncia alla propria funzione.

Mussi aveva capito che una sinistra senza autonomia culturale, prima ancora che politica, avrebbe rischiato di perdere la ragione stessa della propria esistenza.

Non significava chiudersi.

Anzi.

Nel suo discorso di Firenze immaginava una forza socialista, laica e di governo; parlava di lavoro, diritti, libertà delle donne, ambientalismo, nuove culture. E la immaginava capace di costruire alleanze. Non un fortino identitario. Non una sinistra soddisfatta della propria testimonianza. Ma uno spazio politico autonomo dentro una prospettiva di governo e di trasformazione della società.

Questa distinzione per me resta fondamentale.

Essere autonomi non significa essere soli.

Avere un’identità non significa considerarsi autosufficienti.

Costruire una sinistra significa sapere da quale parte si guarda il mondo quando si entra in una coalizione, quando si governa, quando si scrive una legge, quando bisogna scegliere tra il lavoro e la rendita, tra il pubblico e il privato, tra la pace e il riarmo, tra chi possiede moltissimo e chi non riesce ad arrivare alla fine del mese.

La politica, alla fine, torna sempre lì: scegliere.

Fabio questo lo sapeva.

E forse lo dimostrò soprattutto nel momento più difficile, quando scegliere significò lasciare una casa nella quale aveva trascorso quarant’anni.

Mi colpisce ancora oggi il modo in cui lo fece.

«Buona fortuna, compagni».

Non nemici. Non traditori.

Compagni che prendevano un’altra strada.

Questa è un’altra parte della sua lezione che rischiamo di perdere. Si può combattere duramente una battaglia politica senza trasformare l’avversario interno in un nemico personale. Si può dire no senza odio. Si può persino lasciare un partito continuando a riconoscere la storia condivisa con chi rimane.

Dieci anni dopo Firenze, Mussi era ancora lì, dentro quella ricerca. Nel 2017 partecipò alla costruzione di Sinistra Italiana e gli furono affidate le tesi e la relazione introduttiva del congresso fondativo.

Quel lavoro aveva un titolo che oggi sembra quasi rispondere, a distanza di dieci anni, a quel «noi ci fermiamo qui»:

«C’è alternativa».

Forse è questo il filo che tiene insieme tutta la storia.

Fermarsi non significava smettere di camminare.

Significava rifiutarsi di andare in una direzione nella quale non ci si riconosceva per provare ad aprirne un’altra.

Noi abbiamo provato a percorrerla. Da Sinistra Democratica a Sinistra Ecologia Libertà, da Sinistra Italiana fino ad Alleanza Verdi e Sinistra. Con tutti i nostri limiti, le contraddizioni e gli errori. Senza pretendere di avere sempre avuto ragione.

Ma una cosa credo possiamo dirla.

Siamo ancora dentro quel solco.

L’idea che in Italia serva una sinistra autonoma, popolare, ambientalista, pacifista, socialista, capace di governare senza smettere di rappresentare il lavoro, i diritti e chi resta indietro non è morta in quel congresso di Firenze.

Ed è forse questo il modo più giusto per salutare Fabio Mussi.

Non facendo di lui un santino. Non usando la sua morte per regolare vecchi conti. E neppure dicendo, con la comodità di chi conosce ciò che è accaduto dopo, che aveva previsto tutto.

La politica è più complicata.

Ma riconoscendogli una cosa che oggi vale moltissimo: ebbe il coraggio di scegliere quando scegliere aveva un prezzo.

E seppe farlo senza cancellare la propria storia e senza sputare su quella degli altri.

Quel «noi ci fermiamo qui» per molti poteva sembrare la conclusione di una storia.

Per me fu l’inizio di un’altra.

Una strada lunga, accidentata, qualche volta amara. Una strada sulla quale abbiamo perso, ricominciato, sbagliato, ricostruito. Ma sulla quale abbiamo continuato a cercare ostinatamente una cosa semplice e difficilissima: un orizzonte per la sinistra.

Fabio si fermò lì.

Noi, da lì, cominciammo a camminare insieme.

E, in fondo, stiamo ancora camminando.

Ciao Fabio.

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