di Maria Luisa Tardugno
Scrivere di diritti umani nell’Italia di questi anni è diventato un esercizio difficile, un’impresa frustrante. C’è un rischio costante di cedere al cliché, di scadere nella retorica, di apparire ripetitivi o di rifugiarsi nella consolazione delle citazioni classiche mentre la realtà vera sfuma, prende la forma dell’indifferenza.
Però, se ci ritroviamo a ripercorrere con la mente gli stessi schemi del passato e a ricorrere ancora una volta ai miti di fondazione della nostra cultura, non c’entrano nulla i vezzi letterari o le pretese di esibire una vuota erudizione. Se ci aggrappiamo a un verso, a una pagina, a un libro, a un’opera letteraria è per provare a tenere testa a una prassi politica che insiste nel riproporre, con pervicace regolarità, gli stessi meccanismi di esclusione e negazione della dignità.
Non c’è infatti alcuna frattura tra il modo in cui lo Stato tratta gli ultimi giunti dal mare e quello in cui tratta gli emarginati nati entro i propri confini. C’è, al contrario, una coerente continuità ideologica. Le politiche attuali stanno ridefinendo il perimetro etico della Repubblica, trasformando i diritti umani che ne sono le fondamenta in concessioni quasi discrezionali, se non addirittura, in certi casi, colpe da perseguire.
“La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona”, recita l’art. 3 della Costituzione, individuando nella povertà una condizione di vulnerabilità sociale da rimuovere, a garanzia della pari dignità di ogni persona.
Ma la narrazione egemone, oggi, segna una regressione profonda nella tutela dei diritti fondamentali nel nostro Paese.
Gli ultimi, i poveri e gli emarginati non vengono più riconosciuti come titolari di diritti inalienabili, ma vagliati, colpevolizzati e sottoposti a un perenne sospetto, quasi come se ci fosse una gerarchia della dignità umana. In questa prospettiva, la marginalità sociale e la precarietà dell’esistenza vengono stralciate dalla sfera della solidarietà pubblica, abbandonando chi rimane indietro e trasformando il sostegno agli ultimi in un atto di mera concessione anziché in un dovere inderogabile della Repubblica.
Questo nei nostri confini. Fuori, invece, è l’umanità stessa che viene delocalizzata o reclusa. I provvedimenti volti a ostacolare le navi di ricerca e soccorso delle ONG, le esternalizzazioni del diritto d’asilo e la proliferazione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) rispondono alla stessa logica dell’esclusione.
A Castel Volturno, in un territorio già segnato da decenni di abbandono istituzionale e dallo sfruttamento lavorativo, la risposta dello Stato non è l’investimento in servizi, scuola e integrazione, ma l’ennesima struttura di detenzione. Questa vicenda appare ancora più emblematica oggi, poichè il confine non è più soltanto geografico, ma penetra nel cuore del Paese attraverso recinti pensati per rendere invisibili le persone ed espellere dal dibattito pubblico chi non si conforma alle logiche produttive o securitarie.
La criminalizzazione ha persino travolto la professione medica e l’etica della cura, lo si apprende dalle inchieste giudiziarie dei mesi scorsi che hanno coinvolto numerosi medici accusati di certificare l’incompatibilità dei migranti con la detenzione nei CPR. Persino la diagnosi clinica viene ormai assimilata a un atto sovversivo o a un “ingombro etico”.
Purtroppo, di fronte alle orecchie sorde degli interlocutori con potere decisionale, il rischio è che, continuando a denunciare, l’opinione pubblica ne esca assuefatta.
È per questo motivo che richiamare le radici del nostro pensiero è l’unico modo per misurare la profondità della nostra regressione culturale.
Nel XIV libro dell’Odissea, quando il porcaro Eumeo accoglie nella sua umile casa Odisseo travestito da mendicante, pronuncia parole che risuonano come un monito morale per l’Europa contemporanea:
«Straniero, non mi è lecito, neppure se arrivasse uno più miserabile di te, disprezzare l’ospite: viene da Zeus ogni straniero e povero».
Eumeo non sa chi sia il suo ospite, ma lo accoglie con rispetto, offrendogli cibo, vino e da dormire, non può rimandarlo indietro perché tutti i forestieri sono protetti da Zeus.
Questa concezione sacrale e civile dell’accoglienza (xenia) trova una convergenza potente con il pensiero della Chiesa di strada. Scendendo in piazza a Castel Volturno accanto ai movimenti e ai cittadini per dire no al CPR, l’arcivescovo di Napoli, Don Mimmo Battaglia, ha richiamato le istituzioni al peso del Vangelo e alla frase più nota del capitolo 25 di Matteo: «Ero straniero e mi avete accolto».
Ricordando che “la dignità non è il salario della buona condotta” e denunciando come l’esibizione dei simboli religiosi rimanga un atto ipocrita se unita al disprezzo per lo straniero e per il povero, Don Mimmo ha messo a nudo, con parole chiare, la contraddizione di una politica che alimenta la paura anziché offrire tutele vere.
Da Eumeo al Vangelo, l’etica dell’accoglienza è la linea di demarcazione fondamentale tra la civiltà e la barbarie, una linea che oggi è sfumata, tra indifferenza e finto pietismo.
E c’è un filo rosso, anzi nero, molto evidente che lega la demonizzazione del diverso, dello straniero, la costruzione dei CPR, la colpevolizzazione del lavoro povero. Questo filo è la volontà di ridurre gli esseri umani in categorie, la categoria dei produttori conformi, degli obbedienti, che rientrano nella casella dell’utilità contabile e la categoria dell’eccedenza scartabile, i migranti destinati alla reclusione, gli emarginati e chiunque richieda diritti e solidarietà.
Ma la condizione sociale, la provenienza possono definire il valore intrinseco di una persona? La dignità umana non ammette sfumature né gerarchie dettate dalla sorte o dalla nascita.
Per opporsi a questa deriva, politicamente e culturalmente, più che contestare le singole norme del governo e ripetere stancamente i soliti principi, bisogna denunciare, continuare a farlo, smantellare l’architettura filosofica che sostiene queste politiche e ribadire che permettere la colpevolizzazione del povero, la segregazione dello straniero in luoghi come i CPR e la privazione dei diritti elementari significa accettare che l’essere umano valga solo in base al luogo di nascita o alla sua utilità per lo Stato.
Oggi bisogna tornare a difendere l’universalità dei diritti, bisogna tornare a comprendere che la protezione degli ultimi in “casa nostra”, la difesa della dignità a Castel Volturno o in qualunque altro posto d’Italia e del mondo e l’accoglienza di chi arriva dal mare sono la stessa identica battaglia, quella per impedire che il rispetto della dignità umana diventi una concessione e il nostro Paese un luogo senza giustizia.
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