Rimettere la politica al centro: la lezione di Vanoni e Sullo

Contro l’austerità senza giustizia e la rendita senza politica

di Michele Iervolino

C’è un tempo per la celebrazione e un tempo per la ricostruzione.

Oggi non serve rendere omaggio alle figure nobili della prima Repubblica. Serve prendere in mano ciò che ci hanno lasciato e rimetterlo in funzione politica.

In un’Europa bloccata da regole nate nel ’92, con lo spettro dei dazi americani, la crisi climatica alle porte e un continente diseguale dentro e fuori, ci sono due nomi che possiamo (e dobbiamo) riscattare dalla memoria: Ezio Vanoni e Fiorentino Sullo.

Vanoni: pianificare per non subire

Vanoni non era un visionario. Era un tecnico che capiva la politica.

Con il suo Piano decennale per il lavoro, aveva chiaro che l’Italia repubblicana non poteva reggersi sull’illusione di un mercato che “aggiusta tutto”. Propose una strategia pubblica: occupazione, Sud, infrastrutture, riforma fiscale.

“Il lavoro non può essere lasciato al caso.”

Oggi il piano non è più solo questione di Mezzogiorno. È transizione ecologica, industria strategica, logistica sovrana. Ma lo spirito è lo stesso: o lo Stato progetta, oppure rincorre.

Vanoni ci interessa non per nostalgia, ma perché ha anticipato un nodo attuale: la giustizia sociale non è compatibile con la spontaneità dei mercati.

“Non c’è vera libertà se non si toglie l’uomo dal bisogno.”

Il progressismo oggi non può limitarsi a redistribuire. Deve intervenire sulle condizioni strutturali della produzione, della fiscalità e della spesa.

Sullo: decidere chi ha diritto alla città

Fiorentino Sullo voleva togliere la pianificazione urbana dalle mani dei palazzinari e ricondurre il suolo alla funzione pubblica.

Ci ha provato da Ministro, con una riforma che voleva togliere alla rendita fondiaria il controllo dello sviluppo urbano. Gli dissero che era troppo. Avevano ragione: era troppo giusto per sopravvivere.

“Il suolo appartiene a tutti.”

Oggi parliamo di città invivibili, case inaccessibili, periferie desertificate. E poi di giustizia climatica, consumo di suolo, diritto all’abitare.

Sullo parlava già di tutto questo. Ma in termini politici, non accademici.

“L’urbanistica non può essere ridotta a tecnica: è politica, perché decide chi ha diritto alla città.”

Aveva capito che la democrazia si gioca anche sul territorio. E che senza un governo pubblico degli spazi, la cittadinanza si frantuma.

La sinistra che non ha paura di decidere

Oggi serve meno commemorazione e più rottura. Vanoni e Sullo non erano prudenti.

Erano progressisti di governo. Usavano lo Stato come leva democratica, per redistribuire potere, non solo reddito.

L’Europa è in una crisi che non è tecnica: è politica.

E i vincoli di Maastricht non si superano con slide o tweet, ma riaprendo lo spazio della decisione pubblica.

Lo stesso spazio che Vanoni voleva per il lavoro e che Sullo pretendeva per il territorio.

Chi oggi si definisce di sinistra, deve decidere se gestire il possibile o imporre l’indispensabile.

Nessuna nostalgia. Solo un’eredità da riattivare

Non servono santi patroni.

Ma idee già pronte per essere rimesse in circolo.

Vanoni ci dice: senza politica economica attiva, restate spettatori.

Sullo ci urla: senza giustizia spaziale, la democrazia è monca.

Il resto è gestione. E la gestione, in tempi di disgregazione, non è più una forma nobile della politica.

La loro eredità attiva è tutto ciò che oggi manca a un’Italia che troppo spesso ha dimenticato il coraggio del comando.

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