CAMBIA TUTTO. SERVE UN REDDITO UNIVERSALE

di Franco Mari

Al tempo del Coronavirus è diventato normale parlare di guerra, un vocabolario da briefing del Pentagono ci accompagna da notiziario a notiziario. È difficile, ma una delle cose da imparare sarà “moderare i termini”. Anche perché la retorica bellica porta con sé altri concetti inadeguati e fuorvianti, come i generici richiami alla ricostruzione da “dopoguerra” per quando tutto questo sarà finito. È sicuramente vero che ne usciremo molto provati, seppure in misura non uniforme, e non tutti saranno in condizione di riaprire i battenti alla fine del lockdown, ma non ci sarà nessun sistema produttivo da ricostruire. Non dovremo ripartire riedificando le città e le fabbriche distrutte dai bombardamenti o rifacendo da capo la rete dei trasporti per persone e merci. Dovremo invece, questo sì, se ne saremo capaci, fare due operazioni gigantesche ed epocali:  ripensare il nostro modo di produrre, aggiornare e adeguare il ruolo dello Stato.

Non senza aver prima capito che dobbiamo smetterla di maltrattare la natura e di alterarne gli equilibri. Siamo stati sordi e ciechi di fronte alla conclamata evidenza dei danni che abbiamo fatto all’ecosistema; è stata necessaria un’altra crisi di dimensioni altrettanto planetarie, ma molto più veloce e palesemente aggressiva nei confronti del genere umano, per indurci a riflettere seriamente sul modo in cui abitiamo questo pianeta. Dobbiamo cogliere l’occasione. Questa tragedia mondiale, a differenza di altre catastrofi, non tocca l’ambiente ad esclusione dell’uomo, anzi la Terra mostra palesemente segnali di miglioramento della propria condizione di salute. Sembra un paradosso, ma non è affatto così, appare più un suggerimento per ripensare la qualità del lavoro, i suoi ritmi, la sua compatibilità con l’ambiente. È come se ogni pezzo dell’esistente che va in crisi evocasse al contempo la possibilità di un modello sostitutivo. Basta volerlo vedere.

Da questo punto di vista non è esagerato pensare di essere dentro una svolta storica. È sicuro che non usciremo solo segnati dagli aspetti più tragici e imprevedibili di questo cataclisma. Saremo anche già cambiati, individualmente e collettivamente. Possibilmente in meglio. Avremo capito la fragilità dei nostri anziani, ma dovremo cominciare a costruire case, quartieri e città più a loro misura. La scuola sarà sicuramente più “digitale”, perciò dovremo fare più attenzione a non nascondere la povertà educativa sotto in tappeto. Lo smart working prenderà sempre più piede e le videoconferenze sostituiranno progressivamente superflue riunioni in presenza, però, essendo le tecnologie digitali un “bene primario” interamente nelle mani di monopoli privati, saranno indispensabili nuovi protocolli per la tutela dei dati sensibili. E così via, fino a toccare questioni decisive, come ripensare la sanità, dai presidi ospedalieri alla medicina territoriale, difendendone il carattere pubblico e nazionale con le unghie e con i denti.

Non sarà facile. È vero che ora la pandemia sembra suggerire a tutti un riequilibrio del rapporto Stato-Mercato, ma domani, con la fase più critica della crisi alle spalle, gli apologeti del liberismo economico torneranno alla carica con la loro ricetta sbiadita. Li rivedremo infervorati, come se niente fosse accaduto, nel suggerirci di “lasciar fare” alle imprese e alla loro esclusiva capacità di creare sviluppo e occupazione. Allora le idee di progresso, come è avvenuto altre volte nella storia, dovranno rappresentare il filo che collega modernità, sviluppo della conoscenza, avanzamento scientifico da una parte e qualità della vita dall’altra. È lì che si giocherà la partita. Non è affatto la fine del neoliberismo, lo scontro sarà feroce sul piano culturale come sul terreno del conflitto sociale e le sperimentazioni neoautoritarie mostreranno la loro pericolosità. La crisi economica scaverà in profondità, il conto sarà salato e cercheranno di farlo pagare ai soliti noti. L’uscita a destra dalla crisi è sempre possibile.

Quindi col tempo si distinguerà chiaramente un prima e un dopo, ma i termini di questa contesa si leggono chiaramente già ora, nelle opzioni che abbiamo di fronte per la fase dell’emergenza. Il mercato del lavoro ed il rapporto tra lavoro e welfare, ad esempio, non cambiano da un giorno all’altro e le scelte di oggi saranno l’abbrivio per quelle di domani. La qualità degli interventi strutturali che dovremo mettere in campo alla ripresa dipenderà anche dalla condizione materiale di pezzi consistenti della società. Sarà difficile immaginare un nuovo modello di sviluppo, redistribuire ricchezza e tempo libero, se tante donne e tanti uomini saranno sotto ricatto e disposti ad accettare un lavoro qualsiasi e ad ogni condizione. Verrà il tempo delle grandi sfide, il problema dei problemi sarà riorientare la produzione, sia dal punto di vista del “cosa produrre” che del “come produrre”, ma ci dobbiamo arrivare in piedi, non in ginocchio.

Mentre le famiglie a reddito medio-alto e garantito riescono addirittura ad incrementare la capacità di risparmio grazie alla riduzione delle spese voluttuarie e per i lavoratori dipendenti e autonomi è abbastanza agevole studiare coperture, c’è un parte consistente della popolazione il cui reddito, già incerto e spesso clandestino, si è azzerato da un giorno all’altro senza alternative. Per questi ultimi bisogna intervenire immediatamente. Sono gli intermittenti a vita, gli autonomi per ricatto del datore di lavoro, i fantasmi nascosti dietro la produzione regolare. È il mare magnum dell’economia “non osservata” che al Sud è una fetta consistente della società e della possibilità di “mettere il piatto in tavola”, ma che nessuno era mai stato veramente capace di unire e rendere visibile nel discorso pubblico. Ora ci è riuscito un virus. La storia gioca davvero strani scherzi.

Le misure emergenziali, quelle che affrontano la condizione estrema di chi in queste ore non riesce a fare la spesa, vanno bene. Ma un intervento che metta in sicurezza nel tempo l’ampia fascia di popolazione letteralmente travolta dai provvedimenti di quarantena è un’altra cosa ed è miope affrontare la situazione contingente senza guardare oltre, allo scenario dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Dobbiamo invece, come negli altri casi, accettare la sfida e forzare gli orizzonti per immettere da subito elementi di progresso attraverso le misure per l’emergenza. Per questo ha un senso chiedere il rafforzamento del Reddito di cittadinanza, per farlo uscire dal recinto della povertà e trasformarlo in una misura finalmente a carattere universale, rivolta a tutti quelli che sono colpiti, in qualunque modo, dalle misure di contenimento del virus e non beneficiano di altri strumenti.

Stendiamo un velo pietoso su chi ne chiedeva la cancellazione. Basti dire che se oggi disponessimo ancora soltanto degli ammortizzatori classici, quelli legati alla perdita di lavoro dipendente, saremmo in una condizione disperata e unica in Europa. Se il Reddito di cittadinanza non ci fosse già, si dovrebbe inventare di corsa e poi provvedere subito ad ampliarne la portata e le coperture. Ora invece è relativamente facile intervenire attraverso una modifica di criteri d’accesso, vincoli e limitazioni per aumentare la platea secondo le necessità e personalizzare a piacimento il contributo. È un meccanismo rodato, che poggia su dati solidi e consente di intervenire in modo flessibile e mirato. Solo in questo modo metteremo in campo uno strumento indispensabile per l’oggi, ma che dovrà diventare un elemento strutturale delle politiche che regoleranno domani il rapporto tra economia, lavoro e welfare. Ce lo chiede il futuro.

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