di Gabriella Notorio
Il 16 febbraio del 1996 l’Italia cancellava l’infamia del Codice Rocco, strappando la violenza sessuale dal capitolo dei reati contro la “morale” per riconoscerla come delitto contro la persona. Dalla famiglia alla donna in quanto persona. Una conquista di civiltà, pagata con decenni di lotte femministe. Oggi, nel 2026, quella conquista è sotto attacco. Il Ddl Bongiorno non è solo un errore giuridico, ma in realtà mira deliberatamente a riportare indietro l’orologio della storia sul concetto di “Silenzio-Assenso”.
Quello che doveva essere un traguardo bipartisan si è invece trasformato in un tradimento politico nelle mani della Bongiorno. La cancellazione del riferimento esplicito al consenso dall’articolo 609-bis è un atto vergognoso, che ignora la realtà traumatologica dello stupro e sposta la colpa sulla vittima, lanciando un messaggio devastante:
“Se non c’è opposizione allora c’è complicità”.
È la totale negazione del diritto all’autodeterminazione femminile.
Inoltre, cancellando il principio del consenso “libero, attuale e revocabile”, si legittima la cultura dello stupro, offrendo scappatoie legali a chi abusa di donne paralizzate dalla paura, dal terrore, dal freezing emotivo come effetto del trauma, o di donne in stato di vulnerabilità. Un esempio sono le donne che vivono disabilità di vario tipo.
L’Italia sceglie ancora una volta di ignorare la Convenzione di Istanbul e le direttive UE, che mettono il tema del consenso al centro delle questioni sulle violenze, le molestie e gli stupri. Sceglie persino di ignorare ciò che i tribunali di grado superiore, come la Corte di Cassazione, già fanno, ovvero giudicare considerando essenziale il tema “consenso”.
La Piazza non arretra: “Senza consenso è stupro”.
Le mobilitazioni che il 16 febbraio 2026 hanno attraversato molte città, tra le quali Napoli, Roma, Torno, Milano e Bari, non sono solo manifestazioni di solidarietà, ma un atto di resistenza politica. I Centri Antiviolenza, i collettivi femministi e transfemministi stanno supplendo da tempo al vuoto di una politica che ha preferito non guardare alla tutela effettiva delle donne, dando una pacca sulle spalle ai violenti e agli stupratori.
Il laboratorio “Consenso, scelta, libertà” non chiede concessioni, ma il rispetto di un principio universale: dove non c’è un “sì” esplicito, c’è violenza.
Senza consenso è stupro.
Non accettiamo un’idea di punizione e protezione che sa di paternalismo. Le donne non chiedono di essere protette da chi poi le processa nelle aule di tribunale chiedendo loro “perché non hai urlato?” o che le rivittimizza due volte, sostenendo che non è stato abbastanza forte il suo “no” perché fosse violenza.
Consenso e dissenso sono due cose diverse.
Il dissenso non può essere sempre dato. Il consenso invece si.
Chiediamo libertà ed autodeterminazione. La retromarcia sull’accordo bipartisan Meloni-Schlein dimostra che sui corpi delle donne si sta giocando una partita di potere oscurantista.
Non permetteremo che il 2026 diventi l’anno del ritorno indietro. La nostra autonomia non è negoziabile. Il consenso è il confine: oltre quel confine c’è il reato.
La lotta al patriarcato continua: non un passo indietro.
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