I giovani, il Sud, la Costituzione: il segnale che il Paese non può ignorare

di Tonino Scala

La vittoria del No nel referendum costituzionale consegna al Paese un dato politico e culturale che va ben oltre il risultato numerico. A parlare con forza, questa volta, sono stati soprattutto il Sud e una parte rilevante delle nuove generazioni. In Campania il No ha ottenuto una percentuale molto alta, e a Napoli il dato è stato ancora più netto, confermando come nel Mezzogiorno si sia concentrata una risposta popolare forte, consapevole, persino identitaria. I dati nazionali confermano che la Campania è stata una delle regioni dove il No ha avuto i risultati migliori.

Non si è trattato soltanto di una scelta tecnica su una riforma. È stato, piuttosto, un voto che ha avuto il sapore della difesa. Difesa della Costituzione, anzitutto. Difesa di un equilibrio istituzionale che molti cittadini hanno percepito come minacciato da una riforma portata avanti a colpi di maggioranza, senza quel confronto largo e condiviso che dovrebbe sempre accompagnare le modifiche alla Carta fondamentale. Il referendum del 22-23 marzo 2026 ha infatti bocciato la riforma costituzionale della giustizia, lasciando invariato l’assetto costituzionale vigente.

Il Sud, in questo passaggio, non ha avuto un ruolo marginale. Al contrario, ha rappresentato uno dei motori principali della vittoria del No. Non è un dettaglio, né può essere liquidato come una semplice tendenza territoriale. È il segno di una parte del Paese che, troppo spesso raccontata soltanto attraverso i suoi ritardi e le sue fragilità, ha mostrato invece maturità democratica e capacità di lettura politica. Il Mezzogiorno ha colto il punto essenziale della sfida: quando si mette mano alla Costituzione non si può pensare di procedere come se si trattasse di una legge qualunque. Serve cautela, serve ascolto, serve rispetto per le istituzioni e per il popolo sovrano.

Accanto al Sud, c’è poi il dato forse più interessante: quello dei giovani. Le prime analisi hanno indicato una prevalenza del No anche tra gli under 34, segnalando una partecipazione che merita attenzione. In particolare, è stata importante la mobilitazione degli studenti fuorisede, che in molti casi si sono attivati direttamente, percependo il voto non come un rito distante ma come una scelta concreta sul modello di Paese e di democrazia da difendere. Anche RaiNews ha evidenziato, nelle prime letture del voto, il peso del No giovanile come elemento decisivo.

Questo punto ha un valore politico profondo. Per anni si è raccontata una generazione disillusa, disinteressata, lontana dalle urne, quasi incapace di riconoscersi in una dimensione collettiva. Il voto di questi giorni smentisce almeno in parte quella narrazione. I giovani si muovono quando percepiscono che è in gioco qualcosa di vero, qualcosa che riguarda il loro futuro, i diritti, gli equilibri democratici, l’idea stessa di convivenza civile. E il Sud, ancora una volta, ha dato voce a questo sentimento con una forza che merita rispetto.

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare: il ritorno al voto di una parte dell’elettorato progressista che negli ultimi anni aveva scelto l’astensione. Anche qui, le analisi parlano di un pezzo di sinistra che ha avvertito il peso del momento e ha deciso di tornare alle urne per difendere la Costituzione. Non è un fatto banale. Significa che, quando la posta in gioco appare alta e riconoscibile, quando il tema è chiaro e percepito come decisivo, anche mondi politici delusi o dispersi possono ritrovare una ragione di partecipazione.

Tutto questo, però, non autorizza letture trionfalistiche. Sarebbe un errore gravissimo. Il risultato referendario non coincide automaticamente con la costruzione di un’alternativa di governo. Certo, il campo largo ha avuto un ruolo importante nella mobilitazione e nella tenuta del fronte del No. Ma sarebbe miope confondere una vittoria difensiva, per quanto significativa, con la soluzione delle fragilità che ancora attraversano l’opposizione e la sinistra italiana.

Il messaggio che arriva dalle urne è forte, ma è anche esigente. Dice che esiste un popolo disponibile a mobilitarsi quando si parla di Costituzione, di diritti, di equilibrio democratico. Dice che il Sud non è periferia politica, ma può essere centro di iniziativa e di coscienza civile. Dice che i giovani, se interpellati su temi reali, rispondono. Ma dice anche che adesso non si può sbagliare.

Per la sinistra si apre una fase delicata. Non basta evocare l’unità: bisogna costruirla. Non basta sommare sigle: bisogna ritrovare contenuti. Non basta parlare genericamente al popolo: bisogna tornare a rappresentarlo davvero, nelle sue inquietudini materiali e nelle sue domande di giustizia sociale. La lezione di questo referendum è semplice e severa insieme: la sinistra è credibile quando fa la sinistra, quando si misura con i temi del lavoro, della scuola, della sanità, dei diritti, delle disuguaglianze territoriali, della difesa della democrazia costituzionale.

Il No ha vinto, ed è una buona notizia per chi ritiene che la Costituzione non possa essere piegata a interessi di parte. Ma il giorno dopo impone responsabilità, misura e intelligenza politica. Perché difendere la Carta è stato fondamentale. Adesso, però, bisogna dimostrare di saper costruire un progetto all’altezza di quel voto.

Il Sud e i giovani hanno lanciato un segnale nitido. Sarebbe imperdonabile non ascoltarlo.

 

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