di Sirio Conte
Il 28 febbraio USA ed Israele, con una serie di bombardamenti mirati, mettono la parola fine ai negoziati con l’Iran sul nucleare e danno vita ad una guerra le cui prospettive restano del tutto incerte. Ad oggi, oltre alla pratica degli assassinii di esponenti politici e militari ed alla devastazione massiva di città importanti con migliaia di vittime tra la popolazione civile, Trump e Nethanyahu non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati. Anzi la capacità di risposta militare iraniana appare sempre più come una variabile non prevista dagli strateghi militari dell’asse Maga sionista. In più Israele aggiunge la brama di espansione territoriale, questa volta coinvolgendo il Libano con il tentativo di occuparne la parte a sud del fiume Litani, mentre prosegue incontrastato il genocidio del popolo palestinese con le violenze sempre più pesanti in Cisgiordania al fine di consolidare la deportazione degli abitanti. In ogni caso il prezzo di questa guerra rischia di essere pagato da chi non aveva nessuna intenzione di avviarla. Infatti la prevedibilissima chiusura da parte iraniana dello stretto di Hormuz rende indisponibile il petrolio del Golfo Persico (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Baharein, Qatar, Emirati) cioè una parte consistente della produzione petrolifera mondiale se a ciò sommiamo le sanzioni che ostacolano la distribuzione del petrolio russo.
Le conseguenze di questa guerra in Europa si fanno pesanti. Il primo atto è stato il ricorso alle riserve strategiche con i primi contraccolpi sul livello dei prezzi. Ma la possibile prosecuzione della guerra determinerà effetti devastanti. Per questo occorre che i governi europei escano dalle ambiguità e avviino da subito politiche in grado di far fronte allo shock petrolifero incombente. In particolare il nostro governo deve uscire dall’immobilismo e dalla demagogia per affrontare sul serio questa crisi. L’Italia paga da tempo lo scotto della subalternità alle lobbies del petrolio, l’assenza di una politica dell’energia che puntasse a conquistare livelli sempre più ampi di autonomia (investendo sulle fonti rinnovabili) ed una realtà di totale dipendenza dai combustibili fossili.
È quindi necessario avviare da subito alcune misure di breve e medio periodo in grado da un lato di ridurre il consumo di carburante e dall’altro di avviare una politica di differenziazione della produzione energetica.
In primo luogo riutilizzare sia nel pubblico che nel privato misure che promuovano lo smart working al fine di abbattere i flussi di traffico, in secondo luogo reintrodurre la chiusura dei centri storici al traffico veicolare privato, infine promuovere l’installazione di pannelli fotovoltaici su tutti gli edifici pubblici (tranne quelli sottoposti a vincolo).
È necessario non perdere tempo, fare ogni pressione possibile affinchè si arrivi rapidamente alla fine delle guerre, sapendo che in ogni caso nulla sarà come prima e che il tema dell’indipendenza del nostro paese dovrà essere sempre più in evidenza.
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