Il Sarno ha bisogno di una strategia, non dell’ennesima opera

 

 

di Tonino Scala *

 

Ci sono battaglie che, in questi anni, abbiamo combattuto spesso in solitudine. Una, in particolare, riguarda il modo in cui vengono pensate le opere pubbliche: non come strumenti per risolvere i problemi, ma come obiettivi della politica. È un’impostazione che non possiamo più permetterci.

Vale soprattutto per il bacino del Sarno.

Ogni volta che viene annunciato un nuovo intervento, il dibattito si concentra sulle risorse stanziate, sui cantieri, sui cronoprogrammi. È comprensibile. Ma la domanda decisiva resta quasi sempre senza risposta: questa opera contribuirà davvero al risanamento del Sarno e dei suoi affluenti?

Perché è questo l’unico criterio che dovrebbe guidare ogni scelta.

Negli ultimi decenni sono stati investiti prima migliaia di miliardi di lire e poi miliardi di euro. Sono state realizzate reti fognarie, potenziati depuratori, finanziati interventi di mitigazione del rischio idraulico. Nessuno può sostenere che nulla sia stato fatto. Ma nessuno può neppure affermare che il problema sia stato risolto.

Il Sarno continua a rappresentare una delle più gravi emergenze ambientali del Paese. Le acque, gli affluenti e le falde raccontano una realtà che non coincide con quella degli annunci.

Questo significa che il problema non è soltanto la quantità delle risorse investite. È il metodo.

Per troppo tempo gli interventi sono stati concepiti come opere autonome, spesso scollegate tra loro, seguendo la disponibilità dei finanziamenti più che una strategia complessiva. Si è misurato il successo contando i cantieri aperti, quando avremmo dovuto misurarlo osservando la qualità delle acque, il recupero degli ecosistemi, la riduzione del rischio idraulico e il miglioramento della vita delle comunità.

Ogni nuova opera dovrebbe rispondere a poche domande semplici: quale beneficio concreto produrrà? Entro quali tempi? Come sarà possibile misurarne i risultati? E soprattutto, quale funzione svolge all’interno di un piano organico di risanamento del bacino del Sarno?

Se queste risposte non esistono, il rischio è quello già vissuto troppe volte: continuare a spendere risorse pubbliche senza cambiare realmente il destino del territorio.

C’è poi un altro tema fondamentale: il rapporto con le comunità locali.

I territori non possono essere coinvolti soltanto quando devono convivere con i disagi di un cantiere. Devono conoscere il progetto complessivo, comprenderne gli obiettivi, partecipare alle scelte. La condivisione non rallenta le opere: le rende più solide e più utili.

Per questo il dibattito non dovrebbe dividersi tra favorevoli e contrari alla singola infrastruttura. La domanda vera è un’altra: quell’opera è indispensabile per raggiungere l’obiettivo del risanamento?

Se la risposta è sì, va sostenuta. Se manca una visione complessiva, ogni intervento rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata.

La Campania ha bisogno di un cambio di passo. Meno enfasi sugli annunci, ne abbiamo avuti troppi in passato, e più attenzione ai risultati. Meno frammentazione e più coordinamento. Meno opere considerate un fine e più opere considerate strumenti.

Il traguardo è uno solo: restituire il Sarno ai cittadini.

Solo quando il fiume e i suoi affluenti saranno davvero risanati, il rischio idraulico concretamente ridotto e la qualità della vita migliorata, potremo dire che gli investimenti hanno raggiunto il loro scopo.

Perché un’opera pubblica non si giudica dal suo costo o dalla sua imponenza.

Si giudica dalla capacità di migliorare davvero la vita delle persone.

 

*Segretario regionale di Sinistra Italiana Campania

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