La leggina di bilancio del governo Meloni per il 2027

 

di Fabio Carbone

 

Il governo Meloni ha presentato l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni attribuendole un valore complessivo di circa 26 miliardi, e ha precisato che nove di questi servono soltanto a confermare misure già introdotte l’anno precedente. Il documento programmatico che l’esecutivo aveva trasmesso alla Commissione Europea a metà ottobre, prima che la cifra lievitasse in conferenza stampa, descriveva una struttura addirittura più modesta, composta da 23,5 miliardi di interventi, di cui circa dieci coperti da nuove entrate e tagli e quasi tredici finanziati in deficit.

Di questi 26 miliardi, 14 sono vincolati dall’Unione Europea e costituiscono debito italiano a tutti gli effetti. Le regole europee consentono infatti agli Stati di superare i limiti di spesa concordati quando le risorse aggiuntive vengono destinate alla difesa o, dal 2026, alla sicurezza energetica, attraverso la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale. Il governo ne ha chiesto l’attivazione per circa 14 miliardi nel 2027 e per altrettanti nel 2028, ripartendoli tra le due voci, con la conseguenza che Bruxelles autorizza l’indebitamento mentre il suo costo, interessi compresi, ricade interamente sui conti pubblici nazionali. Se si sottrae questa deroga, la manovra si regge su entrate e tagli che compensano la nuova spesa e risulta, in rapporto al PIL, la più contenuta degli ultimi quattro anni.

Le stesse previsioni del governo confermano che l’impatto sull’economia resterà marginale, dal momento che, dopo l’1% stimato per il 2026, la crescita del 2027 si fermerebbe allo 0,8% con la manovra e allo 0,6% in sua assenza, mentre il deficit risalirebbe dal 2,9 al 3,4% e il debito raggiungerebbe il 138,5% del Pil. Due decimi di punto di crescita aggiuntiva rappresentano dunque l’intero risultato economico che l’esecutivo attribuisce alla propria legge di bilancio, a fronte di un debito che continua a crescere.

 

Poiché mancano pochi mesi alle elezioni, la destra concentra la spesa disponibile su misure che, pur garantendo a ciascun beneficiario vantaggi limitati, risultano molto visibili, facilmente rivendicabili e rivolte a platee riconoscibili, senza che emergano categorie che si percepiscano come perdenti. Ne deriva una legge di bilancio che assomiglia più a un elenco di concessioni distribuite tra i partiti della maggioranza che a un disegno di politica economica orientato da priorità coerenti. La ripartizione tra gli alleati risulta peraltro esplicita, dato che Salvini ha attribuito al contributo chiesto alle banche il merito di aver reso possibili due richieste della Lega, ossia la flat tax per i lavoratori autonomi fino a 100mila euro e il fondo per andare in pensione a 64 anni, mentre il buono sanitario per gli over 75 deriva da una proposta di Forza Italia, che prevedeva inizialmente una carta da 300 a 500 euro per le spese mediche degli anziani, e Fratelli d’Italia si intesta il capitolo dedicato alla famiglia e alla natalità. Sul fronte fiscale l’aliquota Irpef del 33% viene estesa ai redditi fino a 55mila euro, e la presidente del Consiglio ha quantificato il vantaggio in circa 1.200 euro annui, cioè cento al mese (un successone!), rispetto a quanto un contribuente con quel reddito pagava al momento del suo insediamento. Si tratta tuttavia di una cifra accumulata nell’arco di quattro anni, che l’inflazione in corso erode in misura crescente anche perché, quando gli stipendi aumentano soltanto per adeguarsi ai prezzi, il prelievo fiscale cresce senza che il potere d’acquisto migliori. Il capitolo previdenziale mostra con particolare chiarezza le criticità della manovra, poiché il fondo per l’uscita anticipata, dotato di 850 milioni, si limita a stanziare risorse e rinvia a un decreto di gennaio la definizione dei requisiti e delle platee, sebbene i costi stimati per consentire l’uscita a 64 anni oscillino tra 1,5 e 1,6 miliardi l’anno. L’annuncio precede quindi la norma, e la decisione più delicata, quella che stabilisce chi avrà effettivamente diritto alla misura, viene sottratta al confronto parlamentare sulla manovra per essere affidata a un atto del governo. Analoga sproporzione tra propaganda e sostanza caratterizza le misure per la natalità, dal momento che per i nuovi nati sono previsti 100 euro l’anno (quanta ricchezza!) versati su un libretto previdenziale, una somma che nessuna coppia può ragionevolmente considerare rilevante nella decisione di avere un figlio, mentre tra le novità presentate trova spazio anche la possibilità di richiedere, a pagamento, targhe automobilistiche personalizzate.

 

Il Fondo sanitario nazionale cresce di 3,4 miliardi e raggiunge i 146,3 miliardi nel 2027, ma una parte di questo incremento è vincolata agli aumenti retributivi dei medici di pronto soccorso, e la cifra complessiva resta inferiore a quanto lo stesso governo riteneva necessario, considerato che il ministro della Salute Schillaci aveva indicato un fabbisogno di 5,5 miliardi e che il documento di bilancio ne prevedeva inizialmente 2,4, meno della metà. La Fondazione Gimbe stima che nel 2027 il divario tra quanto il servizio sanitario dovrebbe spendere e quanto effettivamente riceve si allargherà di 7,6 miliardi, in un Paese in cui 5,8 milioni di persone rinunciano già oggi a visite o esami e in cui la spesa sanitaria pubblica si ferma al 6,2% del Pil, contro una media Ocse del 7,1%, collocando l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi del G7. Quando l’inflazione supera il 5%, un aumento del Fondo che appare consistente in valore assoluto corrisponde, una volta considerati i prezzi, a un sistema che resta fermo oppure arretra, sicché la sanità pubblica si indebolisce senza che alcun governo debba assumersi la responsabilità di tagli formali, mentre il peso del sottofinanziamento ricade sui bilanci delle Regioni e, attraverso le liste d’attesa, sulle tasche dei pazienti.

 

E allora assume un significato preciso il buono destinato agli anziani, che spetta agli over 75 con una pensione fino a 28mila euro, riguarda 5,5 milioni di persone, costa 1,6 miliardi e può essere speso per farmaci e visite specialistiche che il Servizio sanitario nazionale non copre, dunque nella sanità privata. Il suo costo equivale a quasi la metà dell’incremento dell’intero Fondo, il che significa che una quota rilevante delle risorse pubbliche destinate alla salute finanzierà l’acquisto di prestazioni private invece di essere impiegata per assumere personale, ridurre i tempi d’attesa e potenziare ambulatori e ospedali. Ancora una volta la destra sceglie di rafforzare il sistema nel quale chi dispone di mezzi propri si cura rapidamente mentre gli altri attendono, e nel quale lo Stato, anziché intervenire sulle cause delle attese, contribuisce a pagare la via d’uscita verso il mercato privato. Resta inoltre aperta una questione di opportunità politica, poiché un deputato della maggioranza, Antonio Angelucci, possiede tre quotidiani nazionali e un gruppo attivo nella sanità privata. Benché non vi siano prove di un legame diretto tra questa circostanza e la misura, la sovrapposizione tra chi beneficia di una scelta di governo, chi siede in Parlamento e chi controlla una parte dell’informazione configura un problema che, in altre stagioni politiche, sarebbe stato affrontato come una questione istituzionale di primo piano.

 

A ottobre l’inflazione è salita al 5,4%, trainata dai prezzi dell’energia, aumentati del 31,4% in un anno, con le tariffe regolate cresciute addirittura del 59,5%, mentre, se si escludono energia e alimentari freschi, i prezzi crescono del 2%. Si tratta quindi di una crisi dei costi originata all’estero, che colpisce in misura più pesante le famiglie a basso reddito, per le quali le bollette e la spesa alimentare assorbono una quota maggiore del bilancio domestico. L’unica deroga alle norme di bilancio riguarda le spese militari, già introdotta nel 2025, nell’ambito del piano europeo di riarmo, dopo che la Commissione aveva qualificato l’aggressione russa all’Ucraina come una circostanza eccezionale tale da giustificare spesa aggiuntiva in deficit. Da allora la difesa è diventata l’unico settore che l’Europa considera un’emergenza da finanziare anche a debito, al punto che l’energia vi è stata affiancata soltanto nel 2026, in seguito alla crisi mediorientale, mentre sanità, istruzione e salari continuano a essere soggetti alle regole ordinarie, che impongono di coprire ogni euro di spesa con un euro di tagli o di nuove entrate.

 

Gli impegni assunti sul piano militare sono peraltro molto onerosi, dal momento che al vertice NATO dell’Aja i Paesi alleati hanno promesso di raggiungere entro il 2035 il 5% del Pil, di cui il 3,5% destinato alla difesa in senso stretto. L’Italia dichiara per il 2025 una spesa pari al 2,01% del Pil, circa 45 miliardi, ma il passaggio dall’1,5% dell’anno precedente, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, non è mai stato spiegato in modo trasparente ed è dipeso in larga parte da riclassificazioni contabili, cioè dallo spostamento sotto la voce difesa di spese che già esistevano. Raggiungere il 3,5% richiederebbe, ai valori attuali, oltre trenta miliardi aggiuntivi ogni anno, secondo un calcolo nostro che applica un punto e mezzo di Pil al prodotto odierno. Di fronte a questi numeri il governo ha scelto di rinviare, chiedendo per la difesa meno della metà della flessibilità disponibile, lo 0,9% del Pil su due anni a fronte di un margine possibile del 2,4%, e concentrando la spesa nel 2028, cioè nella prossima legislatura, sia a causa delle divisioni interne alla maggioranza sia per non compromettere l’obiettivo di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Anche sui prestiti agevolati europei per la difesa la richiesta è stata ridotta dai 14,9 miliardi disponibili a circa 8, mentre per il 2027 restano 4,5 miliardi destinati alla difesa e finanziati attraverso la deroga. La Presidente del consiglio Giorgia Meloni, a scanso di quanto affermava la deputata di opposizione Giorgia Meloni, può così dichiararsi fedele agli impegni atlantici e trarne il relativo vantaggio politico, trasferendo tuttavia a chi governerà dopo le elezioni il costo effettivo del riarmo. Il costo del riarmo non verrà meno con la scadenza della deroga, che ha carattere temporaneo e prevede che le maggiori spese debbano successivamente essere coperte. L’Ufficio parlamentare di bilancio lo ha ricordato esplicitamente, osservando che un aumento permanente della spesa militare dovrà essere compensato riducendo altre voci del bilancio oppure aumentando le entrate, il che significa che la scelta tra armamenti e servizi sociali risulta già iscritta nelle regole europee e negli impegni presi con la NATO, anche se nessuno l’ha ancora presentata ai cittadini in questi termini.

 

L’Italia è sottoposta alla procedura europea per deficit eccessivo dal 2024, e vi è rimasta anche quest’anno perché nel 2025 il deficit si è fermato al 3,1% del Pil, poco sopra la soglia richiesta, mentre il debito ha raggiunto il 137,1%. Il meccanismo presenta uno squilibrio significativo, poiché per stabilire se un Paese debba entrare nella procedura il deficit viene calcolato escludendo le spese ammesse dalla deroga, mentre per decidere se possa uscirne quelle stesse spese vengono incluse. La permanenza nella procedura ha conseguenze concrete anche sui mercati, dato che lo strumento con cui la Banca centrale europea può proteggere i titoli di Stato dagli attacchi speculativi è riservato ai Paesi che non vi sono sottoposti o che ne rispettano le raccomandazioni. Va ricordato che l’insieme di queste regole sottrae ai governi nazionali una parte decisiva delle scelte di bilancio, perché un percorso di spesa concordato per diversi anni rende ogni euro non coperto dalla deroga una risorsa da sottrarre a qualche altra voce, mentre l’unica strada per spendere di più resta quella della sicurezza e dell’energia. Per questa ragione la disciplina fiscale europea agisce come un cappio sulla spesa sociale, e la combinazione tra vincoli di bilancio e obiettivi NATO prepara un lungo periodo di sacrifici che sarà difficile invertire una volta avviato. Con gli stessi vincoli, l’esecutivo ha deciso di destinare 1,6 miliardi a un buono per la sanità privata invece di rafforzare il Fondo sanitario, di estendere la flat tax agli autonomi fino a 100mila euro e di affidare metà delle coperture a un contributo di banche e assicurazioni che diminuisce negli anni successivi e potrebbe rappresentare, almeno in parte, un anticipo di entrate future, dopo che Tajani aveva escluso qualsiasi tassa sugli extraprofitti. Il governo che si presenta come difensore della sovranità nazionale applica dunque con diligenza la disciplina di Bruxelles, utilizza l’emergenza militare come unico canale per aumentare la spesa, rinvia alla legislatura successiva il conto del riarmo e, nel frattempo, distribuisce benefici modesti ma visibili in prossimità del voto. Proprio la coerenza tra queste tre scelte, che si sostengono a vicenda, costituisce il dato politico più rilevante di questa manovra.

 

Questa destra va spazzata via, ma un programma di alleanza progressista deve avere anche un altro punto nella sua stesura: la rimessa in discussione delle regole di bilancio europee e del Trattato di Maastricht. Non possiamo più permetterci governi che amministrano l’esistente.

 

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