La piazza non è una fotografia

 

di Tonino Scala

 

Vorrei provare a mettere ordine nei fatti di Piazza del Gesù. Non per alimentare una polemica che, francamente, interessa poco. Ma perché una piazza non si può raccontare con una fotografia, con dieci secondi di video o con il titolo più comodo da mettere in pagina.

La piazza è una cosa complessa.

Bisogna viverla. Starci dentro. Sentirne il rumore, la rabbia, persino gli odori. Ma soprattutto bisogna guardare le facce.

Noi sapevamo della protesta dei 1.200 tirocinanti. Lo sapevamo da giorni. La loro è una vertenza difficile, che rischia di cancellare un percorso di lotta e, per molti, un pezzo di vita.

Dalle tre del pomeriggio, insieme ad alcuni parlamentari, ho iniziato con loro un confronto lungo, difficile, a tratti durissimo.

Quando davanti hai uomini e donne che temono di non riuscire a portare a casa il pane e il latte, puoi conoscere tutti i regolamenti del mondo, puoi spiegare competenze e responsabilità, puoi persino avere ragione.

Ma prima devi ascoltare.

Ci sono state tensioni. Abbiamo discusso. Mediato. Ricominciato a parlare quando sembrava impossibile continuare.

Alla fine siamo riusciti a costruire un momento di confronto istituzionale.

Era quello che chiedevano.

Non abbiamo risolto una vertenza con una stretta di mano. Sarebbe disonesto raccontarlo. Ma abbiamo aperto uno spazio di dialogo.

E la politica, qualche volta, dovrebbe ricordarsi che comincia esattamente da lì.

Se vogliamo costruire un’alternativa alla destra che governa il Paese, dobbiamo tornare a guardare negli occhi disoccupati, sottoccupati e precari.

Milleduecento.

Scritto così è un numero.

Dietro quel numero ci sono case, bollette, figli. Ci sono famiglie e frigoriferi da riempire. C’è la paura del giorno dopo.

Erano arrabbiati. Hanno alzato la voce. Hanno chiesto ascolto.

Non hanno cercato lo scontro. Non hanno arrecato danni.

Poi sono arrivate dieci bandiere.

Megafoni. Slogan. Il tentativo di impedire che la manifestazione continuasse e che i segretari nazionali parlassero.

La piazza, però, non ha reagito.

E credo che sia stata la cosa politicamente più importante della serata.

Sarebbe bastato poco. Una spinta. Un insulto. Una mano alzata nel momento sbagliato.

La fotografia perfetta.

Non l’hanno avuta.

La ricerca di qualche minuto di visibilità ha finito, paradossalmente, per togliere spazio proprio alle ragioni dei disoccupati e a una piazza nata per costruire un’opposizione al governo Meloni.

La piazza li ha guardati.

Poi ha continuato.

Io vengo da una storia politica che non ha paura delle contestazioni. Non voglio una politica protetta dalle transenne e dal silenzio.

Alle contestazioni si risponde con più democrazia. Più partecipazione. Più ascolto.

Più piazze.

La repressione e i manganelli appartengono a un’altra idea della politica e della società.

Alla destra lasciamo anche l’ipocrisia di chi, con una mano, esprime solidarietà e, con l’altra, prova a festeggiare politicamente per quanto accaduto.

No, grazie.

A Piazza del Gesù ho visto una piazza imperfetta. Complicata. Rumorosa.

Viva.

 

Ho visto la rabbia di chi chiede lavoro. La pazienza di chi ha provato a mediare. La maturità di chi avrebbe potuto reagire a una provocazione e ha scelto di non farlo.

 

La piazza non è una fotografia.

 

È tutto quello che accade prima.

 

È tutto quello che resta dopo.

E la politica, se vuole tornare a essere utile, deve avere la testardaggine di starci dentro.

 

Tonino Scala

Be the first to comment

Leave a Reply