Sarai la nostra voce

di Giovanni Paonessa

«Ci rappresenti, ti voteremo, sarai la nostra voce…»

Con l’apertura delle urne, è partita la discussione sui risultati. Un primo dato è già sicuro: l’astensionismo si è ulteriormente incrementato. Un fattore che verrà stiracchiato da tutte le parti e utilizzato per giustificare delusioni e insuccessi. Eppure, se ormai oltre la metà degli aventi diritto diserta le urne, sarebbe il caso di iniziare a riflettere meno genericamente sul fenomeno. Tra l’altro, continuando a consolarsi con i risultati elettorali riportati in percentuale, la percezione del fenomeno relativo a chi vince e chi perde, risulta distorta. Tranne rare eccezioni, in voti assoluti, quasi sempre perdono tutti.

Ma, se lo scopo primario delle elezioni è decidere chi debba governare le città, le Regioni o il Paese, la carenza di partecipazione non comporta alcuna riduzione del potere di chi risulta “vincitore”. Anzi, per certi aspetti, lo rafforza.

Al contrario, per chi ritiene che le elezioni siano anche un momento di partecipazione popolare, per quanto delegata a partiti, movimenti e liste civiche varie, il tema dell’astensionismo non può essere accantonato, per ritornare prepotentemente soltanto dopo le prossime elezioni.

Naturalmente, da quando la nostra giovane democrazia ha mosso i suoi primi passi, non si è mai determinato il fenomeno della piena partecipazione.Nel 1948 partecipò alle elezioni “politiche” il 92% degli aventi diritto. Un dato rimasto stabilmente al 94% nel 1953 e nel 1958. Fino al 1976 l’affluenza si è attestata intorno al 93% ed era ancora all’88% nel 1992.

Quindi, nei primi quarantaquattro anni della Repubblica, la “diserzione” di un 10% di potenziali elettori poteva essere senz’altro essere considerata fisiologica. In quel contesto, sebbene fosse già presente un filone di pensiero che si potrebbe definire di “astensionismo attivo” caratterizzato ideologicamente (non votare lotta) o dovuto a valutazioni personali (sono tutti uguali), la “sfiducia” – che si poteva anche manifestare attraverso il voto nullo o le schede bianche – si fondava in ogni caso sulla scelta prevalente di andare ai seggi.

Una partecipazione in parte determinata da false interpretazioni relative alla obbligatorietà del voto o su eventuali conseguenze che sarebbero derivate dal mancato esercizio del diritto/dovere. Ma, in ogni caso, forti della partecipazione attiva del 90% degli elettori, le campagne elettorali si potevano tranquillamente concentrare sulla capacità di attrarre il voto di chi alle urne si sarebbe recato. Spostando, quindi, voti veri: quando non milioni, centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa il cui consenso avrebbe, poi, determinato i risultati finali e il numero di consiglieri (comunali, provinciali o regionali), deputati e senatori eletti.

Data la premessa, sarebbe opportuno, per iniziare una riflessione mirata, provare a segmentare le tipologie che concorrono a formare l’ampia platea dei “non votanti” per capire meglio su quali leve agire per provare a invertire la tendenza.

 

1. Astensionismo fisiologico – per impedimento

Poniamo che negli ultimi venti-trenta anni il tetto dell’astensionismo fisiologico o per impedimento si sia incrementato con la frenetica evoluzione della nostra società. Banalmente, lo sfalsamento tra comune di residenza (dove si è tenuti a votare) e effettivo luogo di domicilio, per motivi di lavoro, studio, esistenziali. Riuscire a determinare questo primo dato ci può permettere di relativizzare l’effettiva incidenza dell’astensionismo; inoltre potrebbe comportare la rivendicazione di “correttivi” che sarebbero di facile adozione (revisione attiva delle liste elettorali, voto a distanza, semplificazione e informatizzazione delle procedure). Poniamo che, in ogni caso, questo primo segmento di astensionismo “irrecuperabile” (potrebbe anche non riguardare sempre gli stessi soggetti) sia quantificabile nel 20% degli aventi diritto. Un elemento che, da solo, mette il piombo nelle ali per il raggiungimento del quorum nel caso dei referendum abrogativi. Una materia a sua volta da riordinare prevedendo, per esempio, un numero più alto di firme da raccogliere bilanciato dalla fissazione del quorum sulla base dello storico delle ultime elezioni politiche.

 

2. Astensionismo attivo.

Forme di astensionismo attivo, così come prima sommariamente richiamato, potrebbero senz’altro essersi rafforzate con il crescere di una maggiore informazione e sensibilizzazione degli elettori che scelgono consapevolmente e dopo attenta riflessione di non recarsi alle urne.

Penso sempre a Giorgio Gaber e al suo sarcastico distacco: una matita perfettamente temperata […] come son giuste le elezioni, cantato già nel 1976 proprio con Le elezioni. Una posizione “elitaria”, in controtendenza rispetto alle aspettative che, legittimamente, ancora si dispiegavano nel paese. A poco è servito ricordarci, qualche anno dopo, che “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona” se, poi, l’unica volta (sua affermazione) in cui si è recato a votare lo ha fatto per la moglie, candidata nelle liste di Forza Italia. Il ricorso alle elezioni, con tutte le evidenti contraddizioni della democrazia “borghese” era la strada che, dal Cile di Allende all’Italia di Togliatti e Berlinguer, era stata individuata dal movimento socialista e comunista per dare voce e speranza alle aspettative di giustizia sociale delle masse popolari. Non da meno, è una tendenza con la quale necessiterebbe confrontarsi andando oltre i semplici appelli moralistici. Pur non disponendo di specifici dati al riguardo (e in carenza di sondaggi sulla materia), si può realisticamente ritenere che questa area di “non voto”, pur rafforzandosi alla luce dei tanti, pur legittimi motivi che vengono forniti dalle cronache quotidiane così come dai macroprocessi nazionali e internazionali, non sia l’elemento determinante per spiegare i picchi crescenti di astensionismo.

Intorno alla metà degli anni Novanta del secolo scorso si è venuta a determinare una profonda crisi del sistema politico che, con qualche semplificazione, si riconduce al crollo del muro di Berlino, a “tangentopoli”, alla fine dei grandi partiti di massa. Il numero dei votanti si è ridotto progressivamente, toccando la soglia psicologica dell’80% nel 2008. Nei cinque anni successivi si è perduto un altro 5% di elettorato. Già dal 2013, quindi, un quarto degli aventi diritto non va più a votare. Senz’altro, anche limitandosi soltanto a questo segmento, si possono trovare motivazioni da indagare e approfondire.

Si può ritenere l’esistenza di un rapporto causa-effetto tra la crescente disaffezione e l’introduzione di nuovi modelli elettorali? Se, anche soltanto parzialmente questa fosse una delle motivazioni, avremmo un ulteriore elemento su cui riflettere. Sulla scia di altri Paesi nei quali il fenomeno di una scarsa partecipazione al voto si era già manifestato, paradossalmente (o forse neanche tanto) la rincorsa a sistemi elettorali finalizzati a garantire la “stabilità” dei governi, ha allontanato dal voto i governati. Certo, l’offerta è ampia e differenziata, ma l’evidente consapevolezza che (tra soglie di sbarramento e premi di maggioranza) il voto dato a forze “minoritarie” potrebbe non trovare rappresentanza, non incoraggia la partecipazione. Tanto per fare un esempio, con i sistemi elettorali che si sono succeduti negli ultimi decenni, in Italia i radicali di Pannella e Bonino, quelli del divorzio, dell’obiezione al servizio militare e del diritto all’aborto assistito, non avrebbero mai avuto voce in Parlamento e analoga sorte avrebbe accompagnato le pur travagliate esperienze elettorali delle forze politiche alla sinistra del PCI. E le specifiche sensibilità politiche di Giorgio La Malfa, Giovanni Spadolini o Giovanni Malagodi, non avrebbero avuto diritto a esprimersi autonomamente, dovendosi “appiattire” sul meno peggio. E, per restare in casa nostra, con percentuali di poco inferiori al 4% la lista AVS non ha eletto rappresentanti nei consigli regionali di Calabria e Puglia.

 

3. Astensionismo per disaffezione.

Ancora nel 2018, alle elezioni politiche ha votato il 73% degli aventi diritto. Si può fissare, intorno a questa data e a questo dato, una sorta di linea di demarcazione rispetto alla disaffezione di massa al voto. Certo, quel 27% fa effetto. Eppure saremmo in tanti, oggi, a considerarlo una sorta di livello di guardia da non abbassare ulteriormente. Inizia a consolidarsi un’area di non voto con motivazioni più diluite rispetto a quelle “ideologiche”. Per restare nel campo della canzone d’autore, già nel 1985 Francesco De Gregori ci metteva in guardia da chi alimentava il disimpegno e il qualunquismo utili alle classi dominanti.

E poi ti dicono, “Tutti sono uguali”

“Tutti rubano nella stessa maniera”

Ma è solo un modo per convincerti

A restare chiuso dentro casa quando viene la sera

E, implicitamente, a non andare a votare!

Naturalmente, i processi sono molto più fluidi e le motivazioni dell’astensionismo attivo (ideologico) hanno contribuito e contribuiscono a incrementare la disaffezione al voto anche tra chi non intende connotarlo con argomentazioni socio-politiche. Perfino alcune parole d’ordine di partiti/movimenti/liste che partecipano regolarmente alle campagne elettorali, producono soltanto in minima parte consenso attivo agli appelli a votare l’unicità e l’alternatività di chi si pone contro tutti gli altri schieramenti, tra i quali non si riconosce alcuna neanche limitata differenza. Se si dichiara «sono tutti uguali, tranne noi», il rischio che arrivi soltanto la prima parte del messaggio è molto forte e contribuisce maggiormente ad alimentare le evidenti tendenze in atto. Altrimenti, anche in considerazione del fatto che bastano sempre meno voti validamente espressi per potersi ritenere soddisfatti, alcuni soggetti che si caratterizzano come “alternativi”, non si limiterebbero, tranne rare eccezioni, a raccogliere piccole quote percentuali di elettorato, quasi mai utili per superare gli antidemocratici sbarramenti prima richiamati.

Sarebbe interessante capire quanti altri punti percentuali lasciano sul terreno le iniezioni di sfiducia che, pur partendo spesso da fattori reali, raggiungono una popolazione sempre meno interessata a farsi un’opinione politica andando oltre le frasi fatte, i messaggi effimeri e le “denunce” a mezzo social che – spiace dirlo, poiché ha contagiato anche aree a noi vicine – rischiano di diventare l’unica fonte di informazione, figurarsi di approfondimento. Banalizzando: quanta opinione “politica” si forma seguendo Striscia la notizia e il Gabibbo e quanta “coscienza” si forma, invece, seguendo le inchieste di Report? E la cultura, il cinema, la saggistica, la letteratura, quanto contribuiscono a “spostare” gli equilibri? Ma senza farsi eccessive illusioni. È probabile che tra coloro che sono usciti dalla sala cinematografica, con le lacrime agli occhi, dopo la proiezione di C’è ancora domani, il tasso di astensionismo sia stato molto basso. Ma non sarei tanto sicuro di un esito simile all’uscita delle proiezioni di Io sono Rosa Ricci o di Nino. 18 giorni. E neanche azzardo l’esito di un sondaggio fatto allo stadio.

Attraverso quale percorso si viene a determinare la convinzione che sia del tutto inutile andare a votare? Sempre più spesso capita di ascoltare motivazioni che, partendo da un disagio, dall’impossibilità di poter fruire di un diritto basilare (la salute, la casa, il lavoro), arrivano alla conclusione di disertare le urne. Non si tratta di gesti eclatanti, esemplari: un’intera comunità che manifesta pubblicamente la propria diserzione dal voto meriterebbe rispetto e otterrebbe, quanto meno,l’attenzione attesa. No, siamo di fronte a un processo strisciante, individuale, silenzioso. Come se, giorno dopo giorno, un altro deluso, un altro sconfitto, spegnesse l’interruttore del proprio sentirsi cittadino. Una progressiva rinuncia a esercitare un diritto poiché privati (parzialmente o totalmente) di quelli attesi. «Non avranno il mio voto…», «il mio voto non lo meritano». Ma, sempre più spesso, chi esercita il potere preferisce proprio che quel voto non venga espresso, che gli elettori se ne restino a casa.

 

 

 

4. Nel baratro.

Tra il 2018 e il 2022 si sono persi altri nove punti percentuali: passando dal già esile 73% al 64%. Il dato delle elezioni politiche risulta il più omogeneo per azzardare qualche riflessione sulla base dei freddi numeri. Tendenzialmente, alle elezioni europee e alle elezioni regionali la partecipazione è ancora più bassa; negli ultimi anni alle amministrative si attesta sempre più spesso sotto il 50%. Diversi commentatori ritengono che, sostanzialmente, alle forze politiche questo dato possa anche andar bene. L’elettorato (quello che ne resta) una volta “fidelizzato” non si sposta tanto facilmente da uno schieramento all’altro (semmai diserta) e la partita si può giocare anche soltanto semplicemente attraverso la migliore lettura della compagine da comporre, sulla base della legge elettorale vigente.

Per le elezioni politiche, una volta usciti dal sistema elettorale proporzionale adottato dal 1948 e in vigore per oltre quaranta anni, si sono alternati, in rapida successione, diversi meccanismi elettorali: dal più equilibrato, sebbene imperniato su un modello maggioritario, sistema adottato nel 1993 primo firmatario Sergio Mattarella, passando alla legge del 2005 (pensata esclusivamente per arginare un probabile successo del centrosinistra), che lo stesso proponente Calderoli battezzò “Porcellum” e poi dichiarata incostituzionale, fino al vigente sistema (definito misto poiché si basa su collegi uninominali e ricorso al proporzionale con sbarramento); quello che ha consentito alla coalizione di destra, unica a presentarsi unita, di conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato. Dietro i tecnicismi – qui soltanto sommariamente richiamati – non si rileva alcuna volontà del legislatore di recuperare e incentivare la partecipazione. Al contrario, prevalgono esclusivamente indicazioni per garantire la cosiddetta “governabilità”, anche a costo di forzare e deformare l’effettiva volontà degli elettori. Una formula a lungo inseguita, considerata prioritaria perfino per risollevare il Paese dalla profonda crisi economica e sociale nella quale ristagna da tempo. Sono stati indicati come modelli virtuosi i sistemi elettorali di altri Paesi europei (Francia, Germania) che, a loro volta, adesso risentono del crescente astensionismo e di forme di instabilità finora sconosciute.

Quanto costano, in termini di disaffezione, questi artifici che non consentono all’elettore di scegliersi, con chiarezza, la lista e il candidato preferiti? E non è da escludere che il governo in carica si appresti a introdurre ulteriori modifiche che saranno valutate sulla base degli interessi contingenti della fase che si è aperta proprio dopo il rinnovo di diversi importanti Consigli regionali. D’altra parte, è il medesimo approccio con il quale Trump sta mettendo mano al sistema elettorale degli USA per garantirsi uno scenario futuro a lui più favorevole.

Naturalmente, non sto affermando che l’incremento dell’astensionismo sia provocato dalla mancata condivisione da parte dei cittadini delle regole del gioco. Sto sostenendo che, con cinismo, si agisce sulle regole del gioco, per scoraggiare ulteriormente gli elettori.

Non c’è alternativa all’azione politica. Nel secolo scorso era ben chiaro che le elezioni fossero uno dei campi dell’impegno politico. Sicuramente il più importante, decisivo in un sistema democratico maturo, ma non l’unico. Fare politica “dal basso” non è uno slogan elettorale. Comporta un lavoro costante e non è detto che possa regalare soddisfazioni nelle urne. È proprio nell’area della disaffezione che potrebbe essere tentata un’inversione di tendenza. Non nei sessanta giorni prima del voto, ma attivandosi da un’elezione all’altra. Puntando a ricostruire, spesso dalle macerie, una coscienza civile radicata e qualificata. Dalle lotte per rivendicare diritti basilari, dalle grandi battaglie civili e sociali, possono essere piantate radici che portino le persone a sentirsi soggetti attivi e consapevoli. Poi, verrà naturale convergere sull’opportunità di dotarsi di propri rappresentanti nelle istituzioni, da quelle di prossimità fino a quelle regionali e nazionali. Il percorso inverso non funziona. «Votatemi, vi rappresenterò, sarò la vostra voce…», anche se dichiarato con le migliori intenzioni, sa troppo di politica dei due tempi. Tu mi voti, io manterrò la promessa di rappresentarti. Si deve invertire il modello, passando all’utilizzo dei pronomi plurali. È vero, la partecipazione alle elezioni prevede la delega a una lista, a un candidato (sarebbe sempre meglio a una candidata). Ma come suonerebbe meglio se ciò avvenisse a conclusione di un processo per il quale si possa affermare «Ci rappresenti, ti voteremo, sarai la nostra voce…».

 

 

 

 

 

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