Analisi di un fallimento strutturale: perché la sola repressione non riduce la violenza e i femminicidi

di Gabriella Notorio

 

85 femminicidi nel 2025.

Ieri, l’ultimo a Cava dei Tirreni (SA) di Anna Tagliaferri, giovane donna e nota imprenditrice locale, uccisa dal compagno, che poi si è suicidato.

Un ennesimo schema di condotta e comportamento, dove la vita di una donna è decisa da un uomo.

E di conseguenza anche la sua morte in un totale delirio di controllo, potere ed onnipotenza.

 

Nessuna donna riesce ad immaginare di poter essere la prossima vittima. Eppure è così. Continua a succedere. Sebbene sia aumentata la punibilità di condotte maltrattanti nei reati di genere e l’introduzione del femminicidio come reato autonomo.

 

Le statistiche ci ricordano un trend spaventoso che conferma sempre lo stesso dato. Anno dopo anno. Con qualche variazione che, tuttavia, non è significativa nel ridimensionamento del fenomeno.

 

La Convenzione di Istanbul, l’Onu ma anche l’Unesco certificano che si può intervenire a monte sulla cultura della violenza e della violenza di genere solo attraverso un lavoro di prevenzione che ponga al centro l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

 

Le politiche pubbliche sono importanti, come importante è stato introdurre leggi più severe sulla punibilità, ma senza un doveroso cambio di paradigma culturale nulla può bastare.

Se non si lavora sui fattori di rischio nulla funziona. Cause e dinamiche non possono essere disgiunte dal fenomeno. La tendenza generale da sempre radicata ed ancora più rafforzata dal governo della destra del nostro Paese è quella di intervenire quando i fatti sono già accaduti. Dunque solo sulle conseguenze.

Intervenire sulla criminalizzazione dei fatti già accaduti non permette di ridurre il femminicidio né di ridimensionarlo. Continuare ciecamente a coinvolgere solo una parte della società, ovvero quella che giudica e punisce, non fermerà il femminicidio e la violenza contro le donne.

 

Costruire un modello a più fattori è, invece, la strada giusta da percorrere, centralizzando il lavoro sui programmi di prevenzione nelle scuole.

La Spagna ad oggi è in questo senso un esempio di best practice. E non è nemmeno tanto lontana da noi, per abitudini e tradizioni.

Vent’anni fa la Spagna ha introdotto una legge quadro per eliminare la violenza contro le donne, ponendo al centro la prevenzione nelle scuole, la formazione degli attori che intervengono direttamente nella protezione e nell’ascolto delle vittime (medici, giudici e forze dell’ordine) e il sostegno al lavoro femminile. Tutto questo è stato realizzato in modo sinergico ed ha porto ad un risultato chiaro, che avrà certamente bisogno di molte altre azioni da implementare in futuro ma che fa riflettere. Il femminicidio in Spagna non è scomparso, ma nel 2024 sono state 47 le vittime. E continuando in questa direzione i numeri potrebbero calare ancora di più.

 

Parlare di violenza e femminicidio deve essere un impegno continuo. Un atto etico e politico.

Il femminismo, infatti, ci ricorda che nulla esiste senza logos. Senza logos non c’è neppure la politica.

La lingua ha il suo peso, un peso sulla vita politica. Dare il nome a questa mattanza di donne è necessario. Parlare di violenza contro le donne e di femminicidio è necessario. Ma poi serve intervenire come le prassi internazionali suggeriscono da tempo.

 

La destra di governo della Meloni opera al contrario un costante disinteresse del femminile e delle donne. Se solo pensiamo ai settori in cui ci sono stati più tagli quelli sono anche i settori in cui l’occupazione femminile è più elevata (sanità, cultura, scuola).

Per cui è chiaro che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro viene di fatto ostacolata e si apre per le donne uno scenario di maggiore rischio di vulnerabilità economica e sociale. E pertanto di vittimizzazione.

La scuola è stata a sua volta colpita dal governo della Meloni e da Valditara, resa sottomessa al volere delle famiglie rispetto all’educazione sessuo-affettiva, vietata all’infanzia, alle primarie e medie, soggetta al consenso informato delle famiglie per le scuole superiori.

Qualcuno si chiede mai quale consenso darà mai una famiglia violenta o maltrattante?

 

Il genere dunque resta un tabù per la destra di governo che sceglie di ignorare i benefici che apporta sui comportamenti e le condotte dei giovani nelle scuole. Questo radicale passo indietro nasce da una visione oscurantista caratterizzata da forti limiti culturali ed ideologici delle relazioni affettive.

Educare alla sessualità e all’affettività nelle scuole vuol dire realmente formare bambini e ragazzi al rispetto dell’altro, alla parità di genere e alla consapevolezza, formare nuovi cittadini e cittadine, fornendo loro strumenti per costruire relazioni libere da stereotipi e violenze di genere.

Formare la nuova società che purtroppo non cambierà passo almeno per i prossimi trent’anni.

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