Sconfitti ma non fermati: il ritorno offensivo della destra dopo il No al referendum

di Fabio Carbone

 

Il 23 marzo 2026 il popolo italiano ha respinto la riforma costituzionale Meloni-Nordio con il 53,74% dei voti. Otto giorni dopo, il governo ha avviato l’iter della nuova legge elettorale. Le forze di governo possono produrre due tipi di reazioni di fronte alle sconfitte elettorali: o adattiva, incorporando il verdetto popolare per riflettere, o compensativa, che risponde a una intensificazione dell’azione di governo nei settori in cui il consenso interno alla coalizione regge, a prescindere dal voto. Il governo Meloni ha scelto la seconda. Il referendum del 22-23 marzo è stato respinto con una maggioranza netta, con un’affluenza del 58,9%, la più alta registrata in una consultazione referendaria dal 2016. Il 61,1% tra gli under 34 ha votato No, mentre il Sì è prevalso soltanto nelle fasce over 55. Si tratta di una sconfitta politica strutturale, che ha privato Giorgia Meloni della sua aura di invincibilità e ha incrinato l’idea che il governo potesse portare a compimento senza difficoltà il proprio programma di riforma istituzionale. La risposta stata fulminea: Meloni ha chiesto le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi, ha ottenuto le dimissioni della Ministra del Turismo Santanchè. Poi, il 31 marzo, ha dato il via libera all’avvio dell’iter parlamentare della nuova legge elettorale “Stabilicum” in commissione Affari Costituzionali della Camera. In meno di dieci giorni, il governo ha archiviato la sconfitta e riaperto il cantiere della riforma delle regole del gioco politico. Non è la prima volta che la destra italiana perde un referendum costituzionale, ma è la prima volta che riparte con velocità. Per comprendere la portata di quanto sta accadendo, è necessario ritornare sul percorso legislativo della destra, che si caratterizza per un indirizzo sistematicamente restrittivo in almeno quattro assi.

 

Il primo: la sicurezza pubblica e la repressione del dissenso. La maggioranza ha prodotto, in meno di quattro anni, una sequenza di provvedimenti che ridefinisce i confini della libertà individuale e collettiva con una densità normativa senza precedenti nella storia repubblicana. Il decreto «anti-rave» (DL 162/2022) apre la legislatura penalizzando i raduni non autorizzati. Il decreto Cutro (DL 20/2023) restringe le vie legali di ingresso per i migranti e inasprisce le pene per i «reati di migrazione». Il decreto Caivano (DL 123/2023) abbassa le soglie di punibilità per i minori. La legge 80/2025 introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti, trasforma il blocco stradale in illecito penale, penalizza la resistenza passiva nelle carceri. Il decreto 23/2026, entrato in vigore a meno di un mese dal referendum, estende le zone a vigilanza rafforzata, penalizza l’uso di caschi nelle manifestazioni, introduce il fermo preventivo. Questo corpus normativo si lega alla categoria del populismo penale, cioè risponde ai fenomeni sociali complessi con la leva della sanzione, producendo un continuo gonfiamento del catalogo dei reati senza una riflessione sulla proporzionalità e sull’efficacia delle norme. Ciò che colpisce è la velocità: ogni evento di cronaca rilevante diventa il pretesto per un decreto-legge, trasformando il Parlamento in una camera di amplificazione dell’allarme sociale.

 

Il secondo: un insieme di norme che interviene sulla vita privata, sui corpi, sulle scelte riproduttive e sulle forme familiari non conformi al modello eterocentrico biologico. La legge 169/2024 “Varchi” estende la punibilità del reato di gestazione per altri ai cittadini italiani che ricorrono alla GPA in Paesi dove è legale, con pene fino a due anni di reclusione e un milione di euro di multa. La revoca delle trascrizioni degli atti di nascita dei figli di coppie dello stesso sesso, disposta per via amministrativa con circolari ai prefetti, produce un effetto di deprivazione dei diritti di decine di famiglie senza che alcun atto parlamentare sia stato votato. La proposta di legge Valditara limita l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, esclude le associazioni LGBTIQ+ dai plessi scolastici, introduce il consenso informato familiare per qualsiasi attività che riguardi genere e affettività. Questi provvedimenti rispondono a una visione organica che attraversa l’intero centrodestra e che trova le sue radici in una concezione della nazione come corpo biologico da preservare, in cui la famiglia eterosessuale e la maternità biologica occupano un posto valorialmente prescrittivo. È biopolitica in senso foucaultiano, l’esercizio del potere che passa attraverso la regolazione della vita.

 

Il terzo: la costruzione di un nemico interno. La proposta di legge Kelany-Bignami-Filini (FdI) avviata in commissione nel gennaio 2026, è il documento più compiuto in questo senso. Le «Modifiche al Codice penale e altre disposizioni in materia di contrasto del fondamentalismo religioso» vieta il velo integrale nei luoghi pubblici con sanzione pecuniaria e regola restrittivamente i finanziamenti esteri alle moschee. La sua logica discorsiva è quella della «contro-società»: l’Islam viene costruito come un sistema alternativo e incompatibile di leggi e valori, rispetto al quale la risposta legittima è il divieto. Questa operazione agisce su due piani: giuridicamente, produce norme la cui applicabilità è controversa e il cui rapporto con la libertà religiosa richiederà l’intervento della Corte costituzionale; politicamente, produce un «nemico» identificabile e localizzabile, attorno al quale coalizzare il consenso della base elettorale, sulla scia di Reconquête in Francia e AfD in Germania.

 

Il quarto: la progressiva riduzione dell’accountability del potere pubblico verso i cittadini. La proposta di legge Vietri (FdI) per abrogare le disposizioni sul reato di tortura introdotte nel 2017 riduce il controllo giudiziario sulla violenza istituzionale, in palese contrasto con la giurisprudenza CEDU. La riforma della Corte dei conti (dicembre 2025), restringe il concetto di colpa grave, introduce tetti risarcitori e meccanismi di silenzio-assenso per i pareri preventivi, estende lo scudo erariale ai procedimenti PNRR. La legge Nordio (L. 114/2024) abolisce il reato di abuso d’ufficio con il rischio, segnalato dalla nuova direttiva europea anticorruzione del 26 marzo 2026, di un conflitto con il diritto comunitario. Mentre si ampliano i reati per i cittadini comuni, si riduce l’esposizione penale per chi esercita funzioni pubbliche, il che sembra con inquietante precisione, una bipartizione schmittiana tra amico e nemico applicata alla legislazione.

 

Vale la pena ritornare ora sul significato del No alla riforma Meloni-Nordio. Il voto ha avuto un significato ampio: il 61% di coloro che hanno votato No ha dichiarato di aver agito per non modificare la Costituzione, il 39% per contrastare il sorteggio dei componenti del CSM. Ma il 31% ha esplicitamente dichiarato di aver voluto dare un segnale politico al governo. E la distribuzione demografica, con il No schiacciante tra i giovani, l’alta affluenza nelle città universitarie, suggerisce che si sia mobilitato un segmento di elettorato che nella riforma vedeva il tassello di un progetto più ampio di indebolimento dei contrappesi istituzionali, come nel 2006, quando fu respinta la devolution del secondo governo Berlusconi, e nel 2016, quando fu bocciata la riforma Renzi-Boschi. È qui che il quadro diventa preoccupante. Una forza politica che avesse incorporato il voto in senso adattivo avrebbe dovuto, perlomeno rallentare e aprire una fase di dialogo con le opposizioni. È avvenuto esattamente il contrario. Otto giorni dopo la sconfitta referendaria, la commissione Affari Costituzionali della Camera ha avviato l’esame della legge elettorale, che prevede un sistema proporzionale con listini bloccati e un premio di maggioranza per chi supera il 40% dei voti, con eventuale ballottaggio tra i primi due schieramenti se nessuno raggiunge la soglia. L’iter parlamentare è stato avviato con rapidità insolita: Meloni stessa ha dato l’input agli alleati perché «non si perda tempo». Le implicazioni istituzionali di questa proposta sono gravi. Un premio di maggioranza che garantisce più del 55% dei seggi produrrebbe la capacità di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica, poiché dopo il quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta. L’assenza, ancora una volta, delle preferenze concentra nelle segreterie di partito il potere di selezione del personale politico. I listini bloccati, richiesti dalla Lega come contropartita per l’eliminazione dei collegi uninominali, creano una classe parlamentare che deve la propria elezione non al consenso del territorio ma alla designazione apicale. Questa riforma consentirebbe di eleggere il Presidente della Repubblica in piena autonomia, alterando in modo radicale gli equilibri fondamentali della forma di governo parlamentare italiana.

 

Sul fronte della legislazione restrittiva ordinaria, il decreto legge 23/2026, che continua il suo iter con oltre 1.200 emendamenti depositati, introduce nuove fattispecie penali e inasprisce le sanzioni per l’omesso preavviso delle manifestazioni. Sono norme che intervengono direttamente sullo spazio pubblico del dissenso democratico, restringendo la libertà di riunione e la libertà di manifestazione garantite dagli artt. 17 e 21 della Costituzione. La Lega, nel corso dell’esame in Commissione, ha presentato emendamenti per istituire «zone cuscinetto» invalicabili a tutela degli agenti nelle manifestazioni e per il potenziamento dei presidi di polizia nei centri commerciali e nelle zone industriali. Il perimetro della criminalizzazione si espande, metodicamente, settimana dopo settimana.

 

Ancora, un provvedimento che merita attenzione proprio per la sua ambivalenza tra finalità dichiarata e implicazioni concrete è il ddl antisemitismo, adottato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato (gennaio 2026) su proposta leghista. Il testo introduce la possibilità di negare l’autorizzazione a manifestazioni pubbliche nei casi di «grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita». Il problema non è il contrasto all’antisemitismo che è un obiettivo legittimo in ogni democrazia, ma la definizione IHRA adottata, controversa in tutto l’Occidente perché tende a includere alcune forme di critica alla politica dello Stato di Israele nel perimetro dell’antisemitismo. In Italia, dove il movimento pro-palestinese è attivo e le manifestazioni si svolgono regolarmente, questa norma diventa uno strumento di soppressione del dissenso politico legittimo, nella misura in cui la valutazione del «rischio potenziale» è affidata all’autorità di pubblica sicurezza.

 

Due ulteriori proposte di legge, assegnate in Commissione tra gennaio e febbraio 2026, completano il quadro. La pdl Fascina (FI) mira ad abbassare da 14 a 13 anni l’età di imputabilità penale, in risposta al fenomeno delle baby gang. La pdl Ravetto (Lega) innalza la pena minima per il reato di stupro da 6 a 8 anni, inserendo però nella relazione di accompagnamento un riferimento esplicito agli «aggressori stranieri» come fattore criminologico determinante. La pdl Ravetto è un vero e proprio strumento di differenziazione identitaria all’interno di un dibattito su cui la Lega non vuole lasciare il campo all’opposizione. Quest’ultima proposta è particolarmente significativa perché si pone in competizione con la riforma sul consenso libero e attuale, approvata nel novembre 2025, il cui iter al Senato è stato deliberatamente rallentato dalla Lega per ragioni di posizionamento politico interno.

 

Queste premesse spiegano perché la maggioranza intensifica l’agenda restrittiva proprio nelle settimane in cui ha subito la sua prima sconfitta politica significativa. Una coalizione che ha perso sul terreno costituzionale, lo stesso terreno su cui aveva investito maggiori energie simboliche e identitarie, deve rapidamente rimpiazzare quella perdita con segnali di forza su altri terreni. Il decreto sicurezza, la legge elettorale, il ddl antisemitismo, le proposte sui minori e sulla violenza sessuale servono a questo, a inviare all’elettorato di riferimento un messaggio. C’è però una seconda lettura, più inquietante. La XIX Legislatura finirà nel settembre 2027. Il governo Meloni ha davanti a sé due percorsi alternativi: una fase di normalizzazione, cioè rallentare, dialogare, accettare compromessi, oppure una fase di accelerazione, nel tentativo di produrre il maggior numero possibile di provvedimenti significativi prima della scadenza naturale del mandato. Tutti i segnali disponibili indicano che la scelta è la seconda. La riforma elettorale è la principale leva con cui la maggioranza intende blindare la propria continuità politica, modificando le regole del gioco prima che il gioco ricominci. La legiferazione compulsiva di fine mandato per vincolare il successore è stata già osservata nell’Ungheria di Orbán, in Polonia e nelle autocrazie latinoamericane. Ciò che distingue quelle esperienze dall’l’Italia è che questa ha una Costituzione rigida, una Corte costituzionale attiva, un sistema di contrappesi istituzionali con Presidente della Repubblica, Magistratura, Corte dei conti che hanno già bloccato alcune delle misure più aggressive. Ma proprio quei contrappesi sono stati, uno ad uno, al centro delle riforme della maggioranza.

 

Il 23 marzo 2026 ha prodotto un risultato paradossale: ha dimostrato che la democrazia italiana funziona ancora ma ha anche reso manifesta la fragilità di quei meccanismi di fronte a una maggioranza determinata a costruire, per via legislativa ordinaria, ciò che non riesce a ottenere per via costituzionale. I provvedimenti del governo sono chiari nella struttura degli interessi tutelati e di quelli compressi: più sicurezza per chi ha potere, meno protezione per chi è vulnerabile; più libertà per chi esercita funzioni pubbliche, più controllo su chi protesta o dissente; meno pluralismo nelle forme familiari e religiose, più uniformità coercitiva nell’idea di nazione. Uno schema riconoscibile nella logica del “democratic backsliding” studiata da Levitsky e Ziblatt, che procede non attraverso colpi di stato ma attraverso l’erosione graduale delle norme e delle istituzioni che rendono la democrazia sostanziale, non soltanto procedurale. Ciò che distingue il caso italiano è che questo processo avviene in un Paese membro dell’Unione europea, in un contesto in cui gli organi di controllo comunitari stanno contemporaneamente approvando direttive anticorruzione che rischiano di entrare in conflitto con le depenalizzazioni operate dalla legge Nordio, e in cui la stessa premier ha espresso sostegno pubblico al governo Orbán.

 

La risposta del centrosinistra, che non ha ancora una leadership unitaria né una proposta programmatica alternativa articolata, è l’altro elemento del quadro che determinerà gli esiti di questa fase. Il campo largo ha dimostrato di saper vincere insieme quando il posta è la difesa delle istituzioni; deve ancora dimostrare di saper costruire un’alternativa positiva quando il posta è il governo del Paese. Nel frattempo, la destra lavora, sconfitta ma non fermata, riorganizzata e più determinata di prima. Pericolosa.

 

Be the first to comment

Leave a Reply