Volevamo la luna, la vogliamo ancora. A 25 anni dal G8 di Genova 2001

di Fabio Carbone *

 

Venticinque anni. Oggi è 19 luglio, e sono passati venticinque anni dai giorni che hanno cambiato il mondo. Venticinque anni in cui ci si è interrogati, ogni anno di nuovo, perché la sostanza di questo tempo non si è mai sedimentata in un consenso storiografico condiviso, né in una memoria istituzionale che li ha riconosciuti come proprio patrimonio. Venticinque anni dalle giornate del G8 di Genova, che resta uno spartiacque nella storia recente che lo Stato italiano non ha mai integrato nella propria narrazione ufficiale, e che sopravvive invece attraverso una trasmissione orale, frammentata, spesso involontariamente carsica, affidata più ai corpi di chi c’era che agli archivi di chi avrebbe dovuto custodirla. L’assenza di istituzionalizzazione del ricordo rivela come la gestione della memoria pubblica sia un dispositivo di potere tanto quanto lo fu, nel luglio 2001, la gestione dell’ordine pubblico in strada.

 

Avevamo ragione noi, a Genova, e avevano torto loro. Questa proposizione va assunta nella sua interezza, senza le cautele con cui per un quarto di secolo si è preferito attutirla, quasi che rivendicare la fondatezza di un’analisi equivalesse a un atto di arroganza generazionale. Non lo è. È invece la conclusione che si impone a chiunque confronti le diagnosi elaborate nelle assemblee del Genoa Social Forum con la traiettoria effettivamente percorsa dal capitalismo globale nei venticinque anni successivi. Susan George e Walden Bello, nella sessione di apertura del 16 luglio 2001, denunciarono lo spostamento sistemico di profitti e capitali dall’economia reale alla sfera finanziaria e la volatilità strutturale che ne sarebbe derivata: la crisi del 2008 non ha fatto altro che verificare empiricamente quella previsione, trasformando la finanziarizzazione in macchina di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Le stesse assemblee misero al centro del dibattito la finanziarizzazione, la privatizzazione dei beni comuni, il precariato, la sovranità alimentare, la giustizia climatica, la regolamentazione dei flussi valutari: temi che allora venivano liquidati, nel discorso mediatico dominante, come utopismo movimentista, e che oggi costituiscono l’ossatura stessa dell’agenda politica internazionale, seppur riconosciuti tardivamente e in forma edulcorata, quando non del tutto svuotata della sua carica trasformativa originaria. Il torto delle classi dirigenti riunite in quel vertice non fu soltanto un torto di merito, sulle politiche concretamente adottate; fu, più radicalmente, un torto di metodo, perché consistette nel sottrarre alla responsabilità pubblica decisioni che riguardavano la vita di miliardi di persone. Otto governi che deliberavano per sei miliardi di esseri umani senza mandato e senza rendiconto: è questa l’architettura del deficit democratico che il movimento dei movimenti seppe individuare con precisione anticipatrice, prima ancora che la letteratura sulla governance transnazionale ne facesse un tema di ricerca consolidato. La reazione dello Stato a quella diagnosi fu la misura esatta della sua pericolosità per l’ordine costituito. Non fu soltanto repressione poliziesca nel senso tecnico del termine: fu un dispositivo disciplinare complesso, che agì simultaneamente sui corpi e sull’immaginario collettivo. L’irruzione notturna alla Diaz contro persone disarmate e addormentate, le sevizie sistematiche perpetrate nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani in circostanze che una perizia giudiziaria ha chiuso senza che si aprisse mai un processo (pur in presenza di dubbi mai fugati sulla traiettoria del proiettile e sulla effettiva minaccia rappresentata da un ragazzo, disarmato salvo un estintore, a distanza di oltre sei metri dal mezzo blindato) costituiscono l’evidenza empirica di un potere che, messo di fronte alla propria delegittimazione discorsiva, ha risposto con la violenza fisica in luogo dell’argomentazione politica. Barthes, nei suoi “Frammenti di un discorso amoroso”, definiva la fine di un amore come un esilio dal nostro immaginario: la repressione di Genova può essere letta, in questa chiave, come un esilio imposto a una intera generazione dalla propria capacità di immaginare collettivamente un’alternativa, prima ancora che come un attacco ai singoli corpi in piazza.

 

La sovrapposizione temporale tra Genova e l’11 settembre, separate da appena due mesi, non fu casuale nei suoi effetti discorsivi, per quanto contingente nella sua origine. La torsione securitaria che seguì gli attentati alle Torri Gemelle riorganizzò l’intera agenda pubblica globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del dibattito dalla critica del capitale alla gestione dell’emergenza permanente. In termini di teoria della securitizzazione, si può dire che il vocabolario dell’urgenza sostituì rapidamente il vocabolario dell’alternativa, e che questa sostituzione lessicale produsse conseguenze materiali di lungo periodo: dagli stati d’urgenza che consentirono, come a Parigi nel 2015 durante la COP21, di perquisire attivisti climatici in nome della lotta al terrorismo, fino alla normalizzazione della sorveglianza di massa che il DataGate avrebbe reso visibile solo un decennio più tardi. Anche la crisi finanziaria del 2011, con lo spread trasformato in minaccia esistenziale, funzionò secondo la medesima grammatica: la crisi presentata come catastrofe naturale, priva di responsabili politici identificabili, per indurre l’opinione pubblica a stringersi attorno all’esecutivo tecnocratico di turno e abbassare la soglia critica verso le politiche di austerità imposte. Il filo che lega la guerra al terrore, la guerra allo spread e, più recentemente, la guerra alla pandemia è dunque un filo discorsivo prima che militare: la costante trasformazione di questioni eminentemente politiche in emergenze bio-securitarie che esigono sospensione del conflitto e sospensione della critica.

Se questa è la genealogia che dal 2001 conduce fino a oggi, occorre allora chiedersi in che forma si presenti, nel 2026, il potere che a Genova si annidava ancora nelle istituzioni finanziarie transnazionali e nei vertici intergovernativi. La risposta più rigorosa è che quel potere si è concentrato ulteriormente, e si è insieme infrastrutturalizzato. Non parliamo più soltanto di un pugno di governi che deliberano senza mandato, ma di un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva contemporanea: i dati, il calcolo, le reti di comunicazione, i sistemi di pagamento, e soprattutto l’intelligenza artificiale, che si configura oggi come il nuovo terreno di accumulazione primaria, nel senso marxiano del termine. I cosiddetti tecno-monarchi, che negoziano con gli Stati sovrani da posizione di sostanziale parità, dettano le regole del discorso pubblico attraverso il controllo delle piattaforme, e si arrogano prerogative quasi-sovrane sulla regolazione tecnologica, rappresentano la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento altermondialista aveva individuato quando esso indossava ancora la maschera più anonima della governance economica multilaterale. La critica di allora era diretta contro un potere che decide senza rispondere e che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico: questa critica, lungi dall’essere invecchiata, appare oggi più letterale che mai, perché il monopolio non è più soltanto economico ma cognitivo e infrastrutturale, ed estende la propria presa su dimensioni della vita sociale che nel 2001 erano appena percepibili.

 

A questa concentrazione infrastrutturale si aggiunge, e non per caso, il processo che negli studi europei si definisce neo-militarizzazione della sovranità tecnologica: l’intreccio crescente tra capitale transnazionale, industria della difesa e industria dell’intelligenza artificiale, che ridefinisce la sicurezza non più soltanto come dispositivo discorsivo di legittimazione politica, ma come mercato integrato in cui le stesse imprese che sviluppano modelli linguistici e sistemi di raccomandazione competono per contratti di difesa e sorveglianza. Il capitale transnazionale in armi non è una metafora: è la descrizione empirica di un’economia politica in cui la distinzione tra civile e militare, tra piattaforma commerciale e infrastruttura bellica, si va assottigliando fino quasi a scomparire, mentre la retorica della sovranità digitale europea rischia di tradursi essa stessa in un ulteriore dispositivo di securitizzazione, anziché in una reale riappropriazione democratica delle infrastrutture tecnologiche. Di fronte a questa configurazione del potere, la domanda che il movimento dei movimenti pose a Genova (chi decide, in nome di chi, rispondendo a chi) non ha perso urgenza: l’ha semmai acquisita in forma più stringente, perché gli attori che oggi dispongono di simile potere sfuggono persino alla parziale visibilità pubblica che gli otto capi di governo riuniti nel 2001 erano comunque costretti a mantenere. Ed è precisamente in questo scarto che si misura l’incompiutezza della stagione altermondialista: quel movimento seppe nominare la catastrofe con una lucidità diagnostica che la storia ha ampiamente confermato, ma non seppe convertire quella capacità di denuncia in una capacità di costruzione istituzionale duratura. Il vuoto lasciato da questa incompiutezza è stato colmato, nei decenni successivi, non da un’alternativa emancipatrice ma da risposte identitarie e regressive, dai nazionalismi e dai populismi securitari che hanno riscritto in chiave etnica ed escludente quella domanda di sovranità che a Genova era stata posta in termini democratici e redistributivi. Comprendere questo scivolamento è indispensabile per chiunque intenda oggi riprendere il filo interrotto, perché significa riconoscere che la sconfitta del movimento non fu soltanto repressiva ma anche, in parte, egemonica: la capacità del capitalismo di riassorbire e riarticolare, come hanno ricordato Boltanski e Chiapello sul nuovo spirito del capitalismo, persino le istanze critiche che gli venivano rivolte, trasformando il femminismo in retorica del tetto di cristallo e la giustizia climatica in green economy priva di discontinuità reale rispetto al paradigma dell’accumulazione.

 

Ricostruire oggi un orizzonte di lotta collettiva significa allora, in primo luogo, resistere alla tentazione della frammentazione targettizzata che il neoliberismo ha imposto anche alle forme dell’opposizione, dividendo le lotte per categoria identitaria e per algoritmo di visibilità, laddove a Genova convergevano nello stesso corteo agricoltori, precari della conoscenza, sindacalisti, migranti, disoccupati, in una configurazione che praticava l’intersezionalità prima ancora che il termine si consolidasse nel lessico accademico e militante. Significa inoltre restituire centralità politica a una nuova funzione redistributiva dello Stato e delle istituzioni pubbliche, non nella forma novecentesca del centralismo burocratico ma in una configurazione partecipativa e democratica che coinvolga attivamente i soggetti sociali nella programmazione economica, dal salario minimo legale alla progressività fiscale, dalla tassazione della rendita finanziaria a un Green New Deal che tenga insieme giustizia climatica, giustizia di genere e giustizia sociale, evitando che il costo della transizione ecologica ricada nuovamente sui settori più fragili della popolazione. Ma la ricostruzione di questo orizzonte richiede anche, e forse soprattutto, una postura etica minima, che precede qualunque programma politico articolato e che pure lo rende possibile. Ognuno di noi deve dare qualcosa perché nessuno di noi sia costretto a dare tutto: è questo il principio di reciprocità solidale che la società della cura, evocata dalla riflessione più recente sull’eredità altermondialista, propone come alternativa concreta all’individualizzazione tardo-capitalista, e che ribalta la logica dell’accumulazione privata in una logica di condivisione del rischio e della responsabilità collettiva. È un principio che non appartiene soltanto all’economia, ma che struttura anche la memoria: ricordare Genova non è un esercizio nostalgico riservato a chi c’era, ma un compito distribuito, in cui ciascuna generazione contribuisce con il proprio frammento di narrazione perché nessuna generazione debba ricostruire da sola l’intera genealogia della propria condizione presente. E a questo principio se ne affianca un altro, più elementare e proprio per questo più radicale nella sua tenuta politica: restiamo umani. La formula, nata in altri contesti di resistenza alla disumanizzazione bellica e mediatica, si carica oggi di un significato ulteriore di fronte a un potere che riduce sistematicamente l’esistenza collettiva a dato estraibile, a materia prima dell’accumulazione algoritmica, a risorsa umana calcolabile e ottimizzabile secondo le metriche dell’efficienza. Restare umani significa allora rivendicare, contro l’automazione della decisione e la governance algoritmica, la possibilità stessa di un conflitto politico agito da soggetti che parlano, che deliberano, che si organizzano, e non semplicemente da profili comportamentali gestiti da sistemi di raccomandazione.

 

Il 20 luglio non ricordiamo soltanto Carlo, uno di noi, caduto in piazza Alimonda venticinque anni fa, ma la ripresa di un lavoro rimasto sospeso: la traduzione di una diagnosi che la storia ha confermato in una capacità costruttiva che la storia, fino ad ora, ci ha negato. Genova non è mai finita, non perché il passato eserciti su di noi un obbligo sentimentale, ma perché le condizioni materiali che quella diagnosi descriveva si sono approfondite, si sono infrastrutturate, hanno trovato nell’intelligenza artificiale e nel capitale transnazionale in armi una forma di concentrazione ancora più opaca di quella che il movimento dei movimenti seppe nominare per prima. Avevamo ragione noi, ma avevano torto loro: e proprio perché quel torto non è mai stato riconosciuto né sanzionato, esso continua a produrre i propri effetti nel presente, rendendo quell’appuntamento con la storia tuttora aperto, tuttora esigibile, tuttora in grado di orientare una pratica politica che non si accontenti della memoria ma la converta, finalmente, in progetto. Venticinque anni dopo Genova, un altro mondo non è più solo possibile, è diventato necessario.

 

*Segreteria regionale SI Campania

 

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