di Tonino Scala
Castellammare di Stabia. Torre Annunziata. Sarno. Pagani. Arienzo. Caserta. Poggiomarino. Marano.
L’elenco potrebbe continuare.
Sono città diverse, con storie differenti, ma accomunate da una ferita profonda: lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata.
Ogni volta il dibattito si ripete identico. C’è chi difende la legge, chi la considera troppo severa, chi la giudica insufficiente. In realtà entrambe le posizioni colgono solo una parte del problema.
L’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali rappresenta uno strumento straordinario di prevenzione. Non è una condanna penale, ma una misura amministrativa pensata per tutelare il buon andamento delle istituzioni quando emergono collegamenti, condizionamenti o interferenze della criminalità organizzata.
Proprio perché produce effetti enormi sulla vita democratica di un’intera comunità, è giusto che il Parlamento continui a interrogarsi sulla sua efficacia.
In questo senso la proposta di modifica presentata dall’onorevole Francesco Emilio Borrelli di AVS costituisce una buona base di partenza. Rafforzare gli strumenti a disposizione delle commissioni straordinarie, intervenire sulla rotazione del personale e prevedere misure più efficaci nei confronti dei dipendenti coinvolti nelle relazioni prefettizie significa provare a rendere lo Stato più forte.
Ma sarebbe un errore pensare che basti cambiare una legge.
La camorra non entra nei Comuni il giorno dello scioglimento.
Entra molto prima.
Entra quando si costruiscono coalizioni senza alcun criterio se non quello di vincere. Entra quando ogni voto diventa indispensabile. Quando si rinuncia a selezionare con rigore i candidati. Quando si accettano alleanze che qualche anno prima sarebbero state considerate impensabili. Quando il consenso diventa più importante della credibilità.
Le elezioni non si vincono a tutti i costi.
Questa dovrebbe essere la prima regola della politica.
Perché la vera sconfitta non è perdere una competizione elettorale. La vera sconfitta è vincerla sacrificando la qualità della rappresentanza e la forza morale delle istituzioni.
Le responsabilità politiche non iniziano con il decreto di scioglimento. Iniziano molto prima, nel momento in cui si compilano le liste, si scelgono gli alleati e si decide chi dovrà rappresentare una comunità.
La legalità si costruisce lì.
Non dopo.
C’è poi un’altra domanda che credo il Parlamento debba avere il coraggio di porsi.
Se dopo diciotto o ventiquattro mesi di gestione commissariale molti Comuni tornano rapidamente a riprodurre le stesse criticità che avevano determinato lo scioglimento, possiamo limitarci a dire che tutto ha funzionato?
Le commissioni straordinarie esercitano i poteri del sindaco, della giunta e del consiglio comunale. È quindi legittimo interrogarsi anche sui risultati del loro operato. Non per metterne in discussione l’autonomia o l’autorevolezza, ma perché ogni istituzione dello Stato deve poter essere valutata rispetto agli obiettivi che la legge le affida.
Lo Stato deve avere la forza di chiedere conto anche a se stesso.
Perché l’obiettivo non può essere soltanto sciogliere un consiglio comunale. Deve essere restituire ai cittadini istituzioni più solide, amministrazioni più trasparenti e territori meno permeabili alla criminalità organizzata.
Per riuscirci servono norme migliori. Servono commissioni sempre più efficaci. Ma serve soprattutto una politica che torni ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
La lotta alla camorra non si esaurisce in un decreto di scioglimento.
Comincia molto prima.
Comincia ogni volta che un partito sceglie un candidato, costruisce una coalizione, decide se dire un sì che porta qualche voto in più o un no che rende più forte la democrazia.
È lì che si misura la qualità della politica.
Ed è lì che si decide se lo Stato arriverà in tempo, oppure ancora una volta troppo tardi.
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