di Maria Luisa Tardugno
Tra le corsie degli ospedali napoletani, l’incontro con le madri arrivate da Gaza non è un episodio privato: è la prova vivente di ciò che la politica spesso rimuove.
Chi entra in quei reparti – anche solo per portare vicinanza o ascoltare una storia – si trova davanti a una verità che nessun comunicato ufficiale riesce a mascherare: queste famiglie non sono vittime generiche, ma il risultato diretto di scelte geopolitiche, di alleanze consapevoli, di omissioni volute.
La loro presenza in Italia non è un fatto casuale. È la conseguenza di un sistema internazionale che permette la devastazione di Gaza e poi delega alla società civile il compito di riparare, almeno in parte, ciò che la politica ha contribuito a distruggere.
È per questo che ogni gesto di attenzione – anche il più semplice – diventa un atto politico, perché mette a nudo questa contraddizione.
Le famiglie palestinesi che arrivano in Italia trovano solidarietà dal basso, non sempre dall’alto. Trovano mani tese, non sempre politiche adeguate.
È in questo spazio che si muovono associazioni, fondazioni, volontari, insegnanti, attivisti. Anche chi, come me, milita in Sinistra Italiana e si impegna quotidianamente su questi temi, non lo fa per supplire a un’assenza, ma per ribadire che la cura e i diritti non possono essere delegati alla buona volontà dei singoli. Portare un dono per il Ramadan, ascoltare una madre, accompagnare un bambino dimesso nel suo primo giorno di scuola non è un gesto individuale: è parte di un lavoro collettivo che rivendica una responsabilità politica chiara, che chiede allo Stato di essere all’altezza dei principi che proclama. E questi incontri mostrano che la cura e l’integrazione non sono “emergenze umanitarie”, ma il rovescio di scelte politiche precise: da un lato si continua a sostenere, direttamente o indirettamente, il genocidio, un conflitto perenne che colpisce soprattutto i civili; dall’altro si chiede alla società di farsi carico delle sue conseguenze. È una frattura che non può essere ignorata.
È per questa ragione che raccontare queste esperienze diventa un modo per restituire alla politica la responsabilità che le spetta, per ricordare che ogni bambino curato a Napoli o in Italia è un bambino che non avrebbe avuto possibilità in Palestina e che ogni gesto di accoglienza, oggi, diventa, inevitabilmente, una denuncia.
Da mesi Gaza è un territorio dove la vita quotidiana è stata sostituita dalla sopravvivenza e la stessa sopravvivenza è appesa a un filo. Le immagini che arrivano – ospedali distrutti, corridoi pieni di feriti, madri che stringono bambini troppo piccoli per conoscere la parola “guerra” – non sono più eccezioni, ma la norma. È orrore in mondo visione.
In questo scenario, parlare di politica significa parlare di corpi: di chi non ha più una casa, una famiglia, un posto in cui ripararsi, di chi non ha più accesso a cure basilari, di chi nasce già malato in un luogo dove la medicina è diventata un lusso.
La comunità internazionale, parte della quale oggi è impegnata a spartirsi vergognosamente ciò che resta della Palestina, discute, a parole condanna, nicchia, mentre la vita di migliaia di bambini scorre in un tempo sospeso, in un presente che non concede tregua.
In Palestina lo sanno che la guerra non è un concetto astratto: è la febbre che sale senza antibiotici, è un’infezione che peggiora perché l’ospedale non ha più elettricità, è un tumore infantile che non può essere trattato, è una ferita di guerra, di bombe, di armi, che non può essere curata.
In questo contesto, l’Italia è diventata – per alcune famiglie – un approdo di speranza. Non un miracolo, non una soluzione definitiva, ma un varco.
Arrivano bambini con patologie oncologiche, cardiopatie congenite, malattie rare o con gravi ferite dovute ai bombardamenti. Arrivano con i loro genitori, spesso dopo viaggi impossibili, dopo settimane di attese ai valichi che si aprono e si chiudono secondo logiche incomprensibili, dopo aver lasciato dietro di sé tutto ciò che avevano, neanche una fotografia con loro, neanche un ricordo. Sono madri che hanno attraversato la devastazione delle bombe e digiunato per mesi per salvare un figlio e ne hanno visti morire tanti, ammazzati per strada davanti ai loro occhi, o padri che hanno lasciato altri figli a Gaza perché uno solo aveva la possibilità di essere curato.
Sono persone che portano con sé una forza che spesso non raccontiamo e che, forse, non è possibile raccontare, che vivono sospese tra la gratitudine per le cure ricevute e il dolore per ciò che hanno lasciato, per ciò che hanno perso. Arrivare in Italia significa, per loro, non solo salvare un figlio, ma anche testimoniare che la dignità non può essere cancellata dalla guerra.
Il nostro Paese li accoglie attraverso reti di associazioni, ospedali pediatrici che fanno ciò che possono con risorse limitate, scegliendo di farsi carico di ciò che altrove è stato negato: il diritto alla cura, il diritto a un futuro. E questo è un gesto politico, prima ancora che sanitario: significa affermare che la cura non ha confini, che la vita di un bambino non può essere negoziata nei tavoli diplomatici.
Accoglierli significa fare i conti con una contraddizione: mentre li curiamo, continuiamo a intrattenere rapporti politici, economici e militari con chi contribuisce alla loro sofferenza.
È l’ambivalenza che attraversa oggi l’Europa intera: difendere i diritti umani nei discorsi ufficiali, ma non nelle scelte concrete.
Eppure, proprio questa contraddizione rende ancora più prezioso il gesto di cura. Perché è un atto che scardina l’indifferenza e restituisce un volto a ciò che la geopolitica tende a trasformare in numeri.
A Napoli, negli ultimi mesi, sono arrivati bambini che portano sul corpo e nella memoria le ferite di Gaza. Nei reparti di oncologia, di neurologia, nelle terapie intensive, questi bambini non sono numeri né simboli: sono vite sospese che chiedono tempo, competenza e protezione. I medici li chiamano per nome, imparano le loro parole in arabo, cercano di trasformare un letto d’ospedale in un luogo meno ostile per chi sotto le bombe non aveva altro riparo che una tenda. Ed è questo un gesto rivoluzionario: tentare di restituire un’infanzia a chi l’ha perduta tra le macerie.
Le famiglie che li accompagnano vivono un paradosso doloroso. Da un lato la gratitudine per un Paese che offre cure avanzate, dall’altro la consapevolezza che ogni miglioramento clinico è un sollievo fragile, perché la loro casa resta un luogo dove la malattia non può essere curata e la vita non può essere protetta.
La loro presenza ci obbliga a una domanda: cosa significa davvero “umanità” quando la guerra diventa permanente?
E cosa significa essere un Paese civile che cura, mentre il mondo continua a permettere che quei bambini vivano e si ammalino in condizioni disumane?
Scrivere di Gaza oggi non è un esercizio di solidarietà astratta. È un atto politico. Significa rifiutare la normalizzazione della violenza. Significa ricordare che ogni bambino curato in Italia è un bambino che altrove non avrebbe avuto possibilità. Significa chiedere che la cura non sia un’eccezione, ma un diritto.
L’Italia, con tutte le sue fragilità, sta offrendo una risposta concreta. Ma non basta. La cura deve diventare un impegno internazionale, un dovere politico, un vincolo morale.
In un mondo che sembra aver accettato l’idea che alcune vite valgano meno, curare un bambino di Gaza è un atto di resistenza.
È dire: non accettiamo che la guerra decida chi può vivere e chi no.
È affermare che la politica, quando vuole, può ancora essere uno strumento di protezione e non solo di potere.
Perché la pace non è un concetto, è una pratica quotidiana. È un gesto, una cura.
Non voltarsi dall’altra parte non è solo un fatto sanitario, ma un gesto di civiltà che dovrebbe interrogare lo Stato, l’Europa e tutta la comunità internazionale.
Perché se un ospedale può salvare un bambino, la politica dovrebbe essere in grado di salvare un popolo intero, un popolo che in questo momento chiede disperatamente aiuto.
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