SVIMEZ e il Sud che si svuota: l’Italia delle due emigrazioni

 

di Tonino Scala

C’è un’Italia che parte in silenzio.

Non fa rumore, non finisce nei titoli di apertura dei telegiornali.

È l’Italia del Mezzogiorno che si svuota, lentamente ma senza tregua.

A raccontarlo è il rapporto “Un Paese, due emigrazioni” presentato dalla SVIMEZ. I numeri non sono fredde statistiche: sono treni pieni, case che si chiudono, piazze che perdono voci.

Dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud per trasferirsi al Centro-Nord. È una fuga di competenze, di energie, di futuro. Ragazzi e ragazze formati nelle università meridionali che cercano altrove lavoro, stabilità, riconoscimento.

Ma la vera novità – quella più dolorosa – è un’altra.

Non partono più solo i giovani.

Partono anche i nonni.

I “nonni con la valigia”

Negli ultimi ventidue anni il numero degli anziani che si spostano verso il Centro-Nord è quasi raddoppiato: da 96mila a oltre 184mila unità. Non sempre cambiano residenza. Spesso la conservano al Sud, ma raggiungono figli e nipoti emigrati anni prima. È un’emigrazione affettiva, familiare.

Li chiamano “i nonni con la valigia”.

Partono non per lavoro, ma per non restare soli.

Nel 2002 rappresentavano circa il 20% dei flussi migratori interni. Oggi siamo attorno al 60%. È un dato che racconta un cambiamento profondo: il Sud non perde solo forza lavoro, perde reti familiari, perde cura, perde memoria.

Un Paese spaccato

Il rapporto parla chiaro: siamo davanti a due emigrazioni.

La prima è economica: giovani qualificati che non trovano spazio nel mercato del lavoro meridionale.

La seconda è sociale e demografica: anziani che seguono i figli, svuotando ulteriormente territori già fragili.

Il risultato è un Mezzogiorno più vecchio, più povero di competenze, più esposto alla desertificazione sociale. Interi comuni vedono calare la popolazione, chiudono scuole, diminuiscono servizi sanitari, si indebolisce il tessuto produttivo.

Non è solo una questione meridionale. È un problema nazionale. Perché un Paese che concentra sviluppo e opportunità in poche aree crea squilibri strutturali che prima o poi si pagano tutti.

Oltre la nostalgia

Non basta raccontare la nostalgia dei treni che partono.

Serve interrogarsi sulle cause: lavoro precario, salari bassi, investimenti insufficienti, infrastrutture carenti. Ma anche una visione politica che troppo spesso considera il Sud come una periferia permanente.

La fuga dei giovani è una perdita di capitale umano.

La partenza degli anziani è una perdita di radici.

Se i nonni fanno le valigie, significa che non c’è più una comunità che tiene. Significa che il Sud non è più solo terra di emigrazione economica, ma di emigrazione esistenziale.

L’Italia, oggi, non è un Paese che si muove.

È un Paese che si divide.

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