di Monica Buonanno
Sul reato di violenza sessuale il Parlamento abbandona la via del consenso e sceglie il compromesso. Catenaccio: La cancellazione del termine “consenso” dal nuovo testo approvato in Senato non è un dettaglio tecnico, ma una scelta politica che sacrifica la tutela delle donne sull’altare degli equilibri di maggioranza.
C’era stato un momento, lo scorso novembre, in cui l’Italia sembrava pronta a colmare un ritardo storico. L’introduzione del consenso libero e attuale come criterio decisivo nella definizione del reato sessuale aveva fatto pensare a un cambio di passo: non più giudicare la violenza in base alla forza fisica esercitata, ma riconoscere che l’assenza di un sì esplicito e consapevole è di per sé violenza. Una direzione già intrapresa da molti Paesi europei, dalla Francia alla Danimarca, che hanno scelto di mettere la parola delle donne al centro della legge.
È bastato il passaggio al Senato per spazzare via quella prospettiva. Nel testo ora all’esame non compare più la parola consenso: è stata sostituita da una formula più vaga, la “volontà della persona”. Una scelta non neutra. Non tecnica. È politica. E ha un significato preciso: evitare di spaccare la maggioranza, anche a costo di snaturare il cuore della riforma.
Il problema non è solo terminologico. “Volontà” è un concetto elastico, interpretabile, spesso piegato nelle aule giudiziarie da pregiudizi culturali che continuano a chiedere alla vittima di dimostrare la propria opposizione. Il consenso, al contrario, avrebbe spostato l’onere della prova dove dovrebbe stare: sull’azione di chi compie l’atto, non sul comportamento di chi lo subisce. È questa la rivoluzione mancata.
Colpisce che una parte della politica rivendichi apertamente questa marcia indietro come gesto di “pragmatismo”, evocando il rischio di non ottenere nulla puntando troppo in alto. Ma è proprio questo il nodo: quando si tratta dei diritti delle donne, la politica considera sempre la materia negoziabile, soggetta a bilanciamenti, compromessi, aggiustamenti al ribasso. Come se il corpo delle donne fosse un capitolo qualsiasi di una trattativa parlamentare.
Anche i numeri, del resto, raccontano qualcosa: poche donne alla Camera, ancor meno al Senato (non dimentichiamo l’esito ad esempio delle ultime elezioni regionali in Campania….). Non che la rappresentanza femminile garantisca automaticamente buone leggi, ma quando chi vive sulla propria pelle la realtà della violenza è minoranza, il rischio è che il tema venga trattato come una variabile di equilibrio politico, non come una priorità di civiltà giuridica.
L’Italia aveva l’occasione di dire con chiarezza che “solo sì è sì” non è uno slogan da manifestazione, ma un principio di diritto. Ha scelto invece la prudenza, che in questo caso somiglia molto a una rinuncia.
Si chiama compromesso. Ma sui diritti fondamentali, un compromesso che arretra non è una mediazione: è una resa. E ancora una volta, la resa ricade sulle donne.
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