di Enza Iasevoli
Il femminismo è davvero per tutte e tutti? Oggi questa domanda non può più restare sul piano delle idee. Il punto è semplice: il femminismo non è contro le persone, ma contro il sistema che produce disuguaglianze, contro il sessismo e contro un ordine sociale che ancora oggi stabilisce chi conta di più e chi conta di meno. Eppure, usare solo la parola “femminismo” rischia di non essere più sufficiente, perché spesso viene assorbita e ridotta dentro un modello preciso: quello della donna eterosessuale occidentale, che diventa riferimento unico e universale, finendo per imporre la propria esperienza come se fosse valida per tutte. In questo modo, si rischia di cancellare differenze fondamentali di classe, provenienza, razzializzazione, orientamento sessuale e condizioni materiali di vita.
Dentro questa visione ristretta, anche l’idea di parità viene ridotta. Parità salariale, parità di incarichi, presenza nelle istituzioni: obiettivi giusti in sé, ma spesso affrontati senza mettere in discussione il modello economico e sociale che li produce. Si chiede di “entrare” in spazi già definiti, senza interrogare davvero le regole del gioco. Ma il problema non è solo chi occupa quei ruoli: è il sistema che decide il valore del lavoro, che produce precarietà, sfruttamento e disuguaglianza. Per questo la questione non può essere solo redistributiva all’interno dell’esistente, ma deve diventare trasformativa.
È qui che diventa necessario parlare di transfemminismo: uno sguardo che rompe l’idea di un soggetto unico e universale e riconosce invece la pluralità delle esperienze. Un approccio che non si limita a chiedere inclusione, ma mette in discussione le strutture stesse che definiscono chi è incluso e chi è escluso. Perché le oppressioni non sono mai isolate: genere, classe, provenienza, lavoro, razzializzazione e identità si intrecciano continuamente nella vita reale. E se si guarda a questa complessità, diventa evidente che non può esistere una giustizia parziale. Non è sufficiente migliorare la posizione di alcune persone dentro un sistema che resta ingiusto per molte altre.
A questo punto il nodo diventa inevitabilmente politico. Non bastano più le parole, la politica deve rispondere con scelte concrete. In Italia, alcune proposte sono arrivate soprattutto dalle opposizioni parlamentari e dai movimenti sociali: il riconoscimento del femminicidio come reato autonomo, il rafforzamento del principio del consenso nei reati sessuali, l’estensione dei diritti per le persone LGBTQIA+ e il riconoscimento delle diverse forme di famiglia. Sono passaggi importanti, ma ancora parziali, perché restano dentro un perimetro che non mette in discussione il modello economico e sociale nel suo insieme.
Una politica davvero transfemminista deve andare oltre e affrontare le radici della disuguaglianza: il lavoro precario e svalutato, la distribuzione ingiusta del lavoro di cura, le disuguaglianze economiche strutturali, la mancanza di educazione affettiva e sessuale nelle scuole, la sicurezza negli spazi pubblici e il pieno riconoscimento dei diritti per tutte le soggettività. Non si tratta di aggiustamenti marginali, ma di una trasformazione profonda del modello sociale ed economico.
Il transfemminismo, in questo senso, non è una battaglia identitaria o settoriale, ma una proposta politica radicale che riguarda tutte e tutti. Significa mettere in discussione i privilegi, anche quelli che spesso non vengono nominati, e riconoscere che il sistema attuale non è neutro, ma costruito su gerarchie precise. E quindi non può essere semplicemente corretto: deve essere trasformato.
Il tempo delle parole è finito. Non basta più parlare di uguaglianza o evocare la parità. Serve il coraggio di cambiare il sistema, non di adattarsi ad esso. E questa trasformazione non è un obiettivo lontano: è una responsabilità politica del presente.
Enza Iasevoli
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