di Fabio Carbone
Il 19 aprile 2026 Palantir, azienda statunitense che opera nel campo dei big data, ha pubblicato sul proprio account ufficiale X un manifesto politico, precisamente ventidue tesi che condensano il volume di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska pubblicato nel 2025 – The Technological Republic – diffuse nello spazio pubblico digitale con un’intenzione programmatica dichiarata sin dall’incipit (“Because we get asked a lot”). La cifra interessante, dal punto di vista dell’analisi del discorso, sta nello scarto fra la struttura testuale e la densità ideologica del contenuto. Si è di fronte a un securitising move sociologicamente situato: un’operazione discorsiva che mobilita un pubblico, costruisce una minaccia esistenziale e propone un’eccezione legittimante, il tutto a partire da un attore che è simultaneamente fornitore di infrastrutture critiche per ICE, Department of Defense, NHS britannico e numerosi Länder tedeschi. Si possono individuare tre piani di lettura del manifesto. Il primo è dottrinale: il manifesto offre una teoria normativa del rapporto fra capitalismo tecnologico, sovranità statale e ordine internazionale. Il secondo è performativo: produce, attraverso la pubblicazione, l’effetto politico di un’auto-dichiarazione di parte da parte di un fornitore presentato fino a quel momento – almeno sui mercati europei – come politicamente neutro. Il terzo è strategico: il documento, è ideologia pubblica di un’azienda i cui ricavi dipendono dalla politica che promuove. Le tre dimensioni si tengono e vanno analizzate congiuntamente.
L’ossatura logica delle ventidue tesi si lascia ridurre a quattro nuclei concettuali, collegati da una catena di legittimazione che procede per razionalizzazione. Il primo nucleo è la postulazione di un debito morale della Silicon Valley nei confronti dello Stato americano (tesi 1). L’argomento opera una storicizzazione selettiva: l’industria tecnologica americana è descritta come prodotto della commessa pubblica della Guerra Fredda, e il distacco contemporaneo da quella vocazione è qualificato come tradimento. La struttura è tale che il presente vincolante deriva da un patto fondativo non negoziato, in cui la classe dirigente ingegneristica ha un obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione. La tesi 2 (“we must rebel against the tyranny of the apps”) completa il quadro decadentistico: la civiltà occidentale, capace una volta di raggiungere successi come Manhattan Project e Apollo, sarebbe regredita all’iPhone come realizzazione simbolica, indice di un esaurimento della volontà di potenza tecnologica. Il secondo nucleo riguarda la fondazione hard power dell’ordine occidentale (tesi 3-7). Qui il documento esplicita la sua tesi più ambiziosa: il soft power è esaurito, l’appello morale è insufficiente, “l’hard power in questo secolo sarà costruito sul software”. È una proposizione che, presa sul serio nei suoi presupposti, rovescia lo sforzo del costituzionalismo democratico-liberale del secondo dopoguerra. Implica che la legittimità degli ordinamenti dipenda non dal consenso, dalla deliberazione e dalla protezione dei diritti, ma dalla capacità coercitiva dello Stato saldata alla supremazia tecnologica privata. La tesi 5 chiude il sillogismo sull’IA militare: poiché “gli avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali”, la deliberazione democratica sull’opportunità delle armi autonome è già in sé una rinuncia. Il time-out deliberativo, che è precisamente il presidio della politica democratica, viene riformulato come vulnerabilità geopolitica. Il terzo nucleo è il capovolgimento dell’era atomica (tesi 12): “L’età atomica sta finendo, un nuovo regime di deterrenza basato sull’IA sta per cominciare”. Si noti l’operazione: la deterrenza nucleare era costruita su trasparenza relativa, dottrine pubbliche, regimi di controllo degli armamenti e soprattutto su una mutua vulnerabilità che era anche mutuo riconoscimento di sovranità. La deterrenza algoritmica come la prefigura il manifesto è invece opaca per definizione (chi vede dentro a un sistema d’arma autonomo?), privatizzata nella sua filiera produttiva, e spostata su attori commerciali che non hanno legittimità democratica. Cioè, non è lo Stato a strumentalizzare le infrastrutture private per fini coercitivi, ma è un attore privato che propone allo Stato l’ingresso in un regime di dipendenza tecnologica come condizione di sopravvivenza geopolitica. Il quarto nucleo è il più scopertamente politico-culturale (tesi 13-22). La Pax Americana viene riletta come “lunga pace” attribuibile alla supremazia statunitense (tesi 14); il pacifismo costituzionale tedesco e giapponese – fondamento giuridico-politico dell’ordine internazionale liberale del 1945 – è dichiarato un'”ipercorrezione” da revocare (tesi 15). Si arriva, alle tesi 21-22, alla formulazione più spregiudicata: alcune culture sono “vitali”, altre “regressive e dannose”; il pluralismo è “vacuo e svuotato”. La saldatura logica fra giustificazione bellica e gerarchia culturale, entrambe presentate come correttivo a una decadenza occidentale, è la struttura argomentativa caratteristica del pensiero illiberale.
Il danno più rilevante del manifesto, sul piano dei fondamenti democratici, non sta in alcuna delle ventidue tesi presa singolarmente, ma nell’architettura argomentativa che le tiene insieme. Il documento opera, infatti, una doppia delegittimazione del momento deliberativo: sul piano internazionale, come si è visto, presenta la deliberazione come ritardo strategicamente inaccettabile rispetto ad avversari che “procederanno”; sul piano interno, costruisce un quadro in cui i contropoteri sono presentati come ostacoli paralizzanti (tesi 9, 18, 19). Si tratta di un’inversione semantica precisa: ciò che la teoria democratica considera presidio, il manifesto qualifica come patologia che allontana il talento dal servizio pubblico. Va sottolineato un secondo aspetto, finora poco discusso. La tesi 20 (“la pervasiva intolleranza della fede religiosa in certi ambienti deve essere combattuta”) è il classico argomento del post-secular turn di destra: la secolarizzazione liberale come progetto ideologico chiuso contro cui contrapporre una “civiltà” che ritrovi il proprio fondamento metafisico. Letta congiuntamente alle tesi 21-22 sulla gerarchia delle culture, la tesi 20 chiude il cerchio: il “West” del manifesto non è la tradizione costituzionale liberal-democratica, è una formazione storica-culturale gerarchizzata, post-secolare e militarizzata. È una definizione che esclude per costruzione il pluralismo come valore. Va segnalato un terzo elemento, costitutivo della cornice ideologica e spesso sottovalutato: la tesi 6 sul national service come “dovere universale” e sull’abbandono della all-volunteer force. Una società che riconverte la propria vocazione attorno alla hard power tecnologica deve produrre il consenso di massa a quella riconversione, e la coscrizione universale è lo strumento storicamente preposto a quella funzione di socializzazione coercitiva. La tesi recupera, con disinvoltura, una grammatica novecentesca del rapporto cittadino-Stato che il costituzionalismo del secondo dopoguerra aveva precisamente cercato di superare in Europa.
A questo si aggiunge un altro problema. Don Moynihan ha osservato che il manifesto promuove una fusione fra potere statale e tecnologia privata senza accountability, in cui Palantir esercita influenza sulle decisioni governative attraverso contratti opachi sottratti al controllo pubblico. Ciò che è in gioco, in termini di teoria delle politiche pubbliche, non è solo la sovranità decisionale ma la capacità interna dello Stato, cioè l’expertise pubblica come precondizione di scelte democratiche informate. Quando il fornitore detiene simultaneamente l’infrastruttura, i protocolli interpretativi, e l’orientamento ideologico, lo spazio della decisione politica si riduce a ratifica. L’effetto più produttivo, paradossalmente, è rendere impossibile mantenere la finzione della neutralità tecnica del fornitore. Sul piano della sovranità digitale europea, questo costituisce un’ostensione probatoria: il fornitore dichiara pubblicamente la propria affiliazione con l’interesse nazionale statunitense e contemporaneamente opera nelle infrastrutture critiche di Stati membri dell’Unione.
C’è un caso lampante della pericolosità di Palantir. A febbraio 2026, la rivista svizzera Republik fece una inchiesta sui tentativi di Palantir di vendere software di analisi dati alle autorità svizzere, che ha rivelato come l’Esercito svizzero abbia commissionato un report interno che concludeva per l’incompatibilità dei sistemi Palantir con la sovranità nazionale. Il rapporto evidenziava che, anche con server localizzati su territorio elvetico, il diritto statunitense (CLOUD Act) può obbligare la società a concedere l’accesso ai dati al governo americano. In altri termini, approfittando della giurisdizione extraterritoriale americana, le dipendenze infrastrutturali si trasformano in leve di coercizione politica. Lo scenario europeo è eloquente. Nel Regno Unito, oltre 200.000 firme su una petizione chiedono al governo di rescindere i contratti con Palantir, che ammontano a oltre £500 milioni includendo NHS e MoD. In Germania, l’azienda opera in Assia, Renania Settentrionale-Vestfalia, Baviera, e presto Baden-Württemberg; il Ministro dell’Interno Alexander Dobrindt valuterebbe un’estensione federale. La distanza con l’orientamento dichiarato del manifesto – restituire al Reich la capacità militare neutralizzata nel dopoguerra – pone un problema di coerenza costituzionale che le autorità tedesche non potranno eludere a lungo. Quando il fornitore di sistemi di polizia predittiva pubblica un documento che chiede l’abrogazione del pacifismo costituzionale dello Stato cliente, il problema non è più tecnico né di conformità, diventa di sovranità democratica.
Il manifesto di Palantir sta operando come un involontario acceleratore della discussione sulla sovranità digitale che si stava sviluppando in modo carsico. Il punto ineludibile, ormai, è che usare servizi digitali americani significa operare su infrastrutture americane regolate dal diritto americano per finalità coerenti con l’interesse nazionale americano. La questione strategica per l’Unione Europea diventa allora se i programmi in corso – dal EU AI Act al Data Act, dal Chips Act alla European Defence Industrial Strategy – siano sufficienti a costruire un’autonomia infrastrutturale, o se la dipendenza dai grandi fornitore di servizi CLOUD e dai fornitori di software di intelligence americani sia ormai strutturalmente irreversibile sui tempi politicamente rilevanti.
C’è ancora un altro punto preoccupante, il legame fra Palantir e l’universo politico della destra radicale americana. Peter Thiel, cofondatore della società, ha sostenuto la candidatura Trump nel 2024 e ha fornito a Trump il proprio quello che oggi è il suo vice, J.D. Vance. Uno degli autori del manifesto, il già citato Alexander Karp, si autodefinisce democratico ma ha dichiarato di “rinnegare il partito” qualora la sua ala progressista prendesse il sopravvento, e si professa “scettico sull’immigrazione” in coerenza con la posizione di Palantir come contractor di ICE per il sistema ImmigrationOS. Cas Mudde, uno degli studiosi più riconosciuti delle destre radicali europee, ha qualificato il manifesto come “tecnofascismo puro”, argomentando che la sua Weltanschauung dovrebbe disqualificare l’azienda dal contratto con le democrazie europee.
La chiave analitica utile non è però il termine “fascismo”, che rischia di funzionare come scorciatoia retorica in luogo dell’argomento. È, sostengo invece, la categoria del post-liberalismo: la corrente intellettuale, oggi attiva in tutto lo spazio atlantico, che teorizza il superamento della tradizione liberale come esaurita e la sua sostituzione con un ordine basato su comunità organica, hard power, gerarchia di valori culturali, ritorno del sacro nello spazio pubblico, ridefinizione dell’identità nazionale. Le ventidue tesi articolano integralmente questo programma, ma con una specificità rilevante: lo declinano in una chiave imprenditoriale-tecnocratica, dove i nuovi soggetti dell’ordine post-liberale non sono comunità, popoli o partiti, ma le elité tecnologiche della Silicon Valley alleate al complesso militare-industriale. La saldatura fra questa configurazione ideologica e la destra radicale europea – AfD in Germania, Reform UK nel Regno Unito, parti del Rassemblement National in Francia, segmenti del campo politico italiano contiguo a Meloni e Salvini – è una convergenza di interessi: ridefinizione muscolare della sovranità nazionale, abbandono dei vincoli del costituzionalismo liberale, militarizzazione dell’IA, gerarchizzazione culturale, anti-pluralismo. Il manifesto fornisce a questa configurazione un’articolazione compiuta, scritta dal fornitore stesso delle infrastrutture su cui questi attori, una volta al governo, dovranno costruire le proprie politiche.
Il manifesto Palantir va trattato come un caso metodologico per la discorsività dell’IA militare e della sovranità digitale, non perché il documento contenga elementi argomentativi nuovi ma perché ne realizza una sintesi prodotta dal fornitore stesso e diffusa contestualmente alla detenzione di posizioni infrastrutturali decisive. Si tratta di una configurazione inedita, in cui l’ideologia ufficiale di un contractor di sicurezza è pubblicata da chi gestisce sistemi di polizia predittiva nei Länder tedeschi e nel sistema sanitario inglese. Per l’analisi politica, ne discendono tre implicazioni. Primo: la finzione regolatoria della separazione fra fornitore tecnico e attore politico è insostenibile. Secondo: esiste una asimmetria fra dispositivi di regolazione dell’IA in campo civile e militare, come AI Act e il Regolamento del Fondo Europeo per la Difesa, che trova nel manifesto la propria conferma discorsiva; la zona di esclusione militare del regime regolatorio europeo dell’IA è la cerniera funzionale dell’intero sistema, e Palantir ne è simultaneamente il beneficiario e il teorico. Terzo: il problema della sovranità digitale europea richiede investimenti pubblici di scala, capacità interna degli Stati, e da ultimo una decisione politica sulla compatibilità di certi fornitori con l’ordinamento costituzionale europeo. Il manifesto ha il pregio involontario di rendere quella decisione meno eludibile.
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