DECIDIAMO – ASSEMBLEA Nazionale AVS 09 MAGGIO 2026

di Stefania Fanelli – Coordinatrice Sinistra Italiana Marano di Napoli | Direzione Nazionale Sinistra Italiana

Un giorno che non è casuale

Non è un caso che siamo qui oggi, 9 maggio.

Il 9 maggio del 1978 veniva assassinato Aldo Moro ma il 9 maggio del 1978 veniva ucciso anche Peppino Impastato dalla mafia, a Cinisi dopo anni di lotta, di radio, di parole libere contro i boss. Due morti nello stesso giorno, due Italie che si incrociavano nel sangue. Due ferite della nostra democrazia.

Peppino è diventato simbolo e “I Cento Passi” i cento passi che separavano la sua casa da quella del boss Badalamenti sono diventati il simbolo della distanza che si può scegliere di tenere dal potere criminale.

Non è un caso che a Marano abbiamo scelto quel nome. La Casa dei Diritti “ I Cento Passi, in Via Roma n. 5 “ , è la nostra sede, il nostro presidio di comunità, il luogo dove ogni giorno offriamo assistenza legale, sociale e abitativa a chi resta indietro. “I Cento Passi” sono anche il nostro programma elettorale e il nome dell’associazione di impegno civile che abbiamo da poco costituito. Cento passi di distanza dal potere illegale. Cento passi verso i diritti.

È da lì che parlo oggi.

La questione morale: un’eredità ancora attuale

Enrico Berlinguer, nel 1981, parlava della questione morale. Diceva che i partiti avevano occupato lo Stato, le istituzioni, gli enti pubblici, trasformando quella occupazione in un sistema di potere e clientela. Ma quella riflessione non riguardava soltanto la degenerazione dei partiti: era un monito sulla permeabilità delle istituzioni democratiche al potere illegale, alla zona grigia, alla commistione tra interessi privati e pubblici, sulla fragilità della democrazia quando si intrecciano interessi pubblici e interessi opachi.

Oggi, più di quarant’anni dopo, quella questione morale è ancora irrisolta. E per chi vive e fa politica in territori ad alta densità mafiosa non è una discussione teorica: è la quotidianità.

Marano di Napoli: cinque scioglimenti, una democrazia ferita

Vengo da Marano di Napoli, un comune sciolto per camorra cinque volte. Cinque volte i cittadini hanno visto sospesa la propria rappresentanza democratica. Cinque volte lo Stato è intervenuto dicendo che quell’istituzione era infiltrata dalla criminalità organizzata e cinque volte, terminato il commissariamento, si è ripartiti spesso con gli stessi apparati amministrativi, le stesse fragilità, gli stessi meccanismi.

Io vengo anche dalla Terra dei Fuochi. Da territori dove per anni rifiuti industriali sono stati interrati e bruciati per conto di imprenditori che risparmiavano sullo smaltimento, alimentando un sistema fondato sul lavoro nero, sullo sfruttamento e sulla complicità tra economia illegale e pezzi dell’economia legale. In quei territori il prezzo lo hanno pagato le persone comuni: con l’inquinamento, con le malattie, con la devastazione ambientale ecco perché la Terra dei fuochi è una questione Nazionale .

E attenzione: Marano non è un’eccezione isolata del Mezzogiorno.

Dal 1991 ad oggi sono stati sciolti oltre 400 enti locali per infiltrazioni mafiose in Italia in media uno al mese per trentaquattro anni. Il fenomeno riguarda tutto il Paese. In Piemonte ci sono Bardonecchia, Leinì e Rivarolo Canavese, sciolti per il radicamento della ‘ndrangheta nel torinese. In Emilia-Romagna c’è Brescello — il paese di Don Camillo e Peppone — travolto dalla cosca Grande Aracri, primo comune della provincia di Reggio Emilia a essere sciolto per infiltrazioni mafiose, diventato simbolo della penetrazione della ‘ndrangheta al Nord. Come in molti altri centri settentrionali, la presenza criminale iniziò con il “soggiorno obbligato” di un boss negli anni ’80 — misura pensata per recidere i legami con il territorio d’origine, ma che spesso finì per aiutare le cosche a espandersi. In Lombardia c’è Sedriano. In Liguria Bordighera, Ventimiglia e Lavagna. In Valle d’Aosta Saint-Pierre, sciolto nel 2020, a conferma della crescita del fenomeno nei comuni del Nord, dove le organizzazioni criminali si insediano per ampliare il volume d’affari sfruttando condizioni economiche più vantaggiose, in special modo negli appalti pubblici e nell’urbanistica. Nel Lazio, Nettuno — unico comune del Centro-Nord ad essere stato sciolto addirittura due volte.

La mafia non è più soltanto un fenomeno territoriale del Sud. Segue gli appalti, il ciclo dei rifiuti, l’edilizia, la logistica, la finanza.

I limiti della legge 143: colpisce la democrazia, risparmia gli apparati

Questo ci pone davanti a una domanda che non possiamo eludere: la legge 143 del 1991 sullo scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa funziona davvero fino in fondo?

Quella legge scioglie il consiglio comunale, rimuove la giunta, azzera la rappresentanza eletta ma gli apparati amministrativi restano. I dirigenti, i funzionari, i responsabili degli uffici che hanno istruito pratiche, firmato atti, gestito appalti spesso rimangono al loro posto. È una contraddizione enorme.

Ce lo ha ricordato in modo drammatico quanto accaduto di recente a Torre Annunziata. Durante la cerimonia di demolizione di Palazzo Fienga , per decenni roccaforte del clan Gionta, simbolo del potere camorristico nella città vesuviana , il procuratore capo Nunzio Fragliasso ha pronunciato parole che non si possono ignorare. Ha dichiarato che dopo lo scioglimento e il commissariamento del Comune si sarebbe aspettato un deciso passo verso la discontinuità con il passato — un segnale che stava ancora aspettando. Ha denunciato troppe contiguità con la criminalità organizzata, troppe inerzie, finanche illegalità all’interno della stessa amministrazione comunale. Ha chiesto meno cerimonie e più azioni concrete. Il sindaco, seduto in prima fila con la fascia tricolore davanti ai ministri, ha ascoltato. Poche ore dopo ha annunciato le dimissioni.

Quella scena ci racconta tutto. La democrazia paga il prezzo più alto: vengono puniti i cittadini, privati del diritto di voto e di rappresentanza. Mentre chi ha materialmente prodotto gli atti illegittimi , spesso nei corridoi degli uffici, non nelle aule consiliari ,continua a operare.

C’è poi un dato che brucia: 62 sindaci di comuni sciolti per mafia sono tornati sulla loro poltrona alle elezioni successive — 31 di nuovo come sindaci, 29 come consiglieri, 2 come assessori. Il commissariamento non ha interrotto nulla: ha solo sospeso.

Questa è una distorsione che come Alleanza Verdi e Sinistra dobbiamo avere il coraggio di nominare e affrontare con proposte concrete di riforma.

Il rischio dell’uso politico dello scioglimento

Su questo punto la giurisprudenza costituzionale ci offre un ancoraggio fondamentale.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 103 del 1993, ha legittimato il ricorso allo scioglimento soltanto come extrema ratio dell’ordinamento, in ossequio a un principio di proporzionalità, al solo fine di salvaguardare la funzionalità dell’amministrazione pubblica e della democrazia rappresentativa. La legge richiede che emergano “elementi certi, univoci e rilevanti” sul condizionamento mafioso. Non bastano disfunzioni amministrative, opacità gestionali, pratiche clientelari. Ci vuole prova concreta di infiltrazione e condizionamento da parte della criminalità organizzata.

Con la sentenza n. 195 del 2019, la Corte ha poi dichiarato l’illegittimità di una norma del decreto sicurezza che attribuiva al prefetto poteri di intervento sostitutivo nei casi in cui non sussistessero i presupposti per lo scioglimento ma fossero comunque presenti condotte che compromettessero il buon andamento dell’amministrazione. La Corte, in sostanza, ha detto: o c’è condizionamento mafioso reale e documentato, oppure questo strumento non si può usare. Non esiste una via di mezzo.

Questa distinzione non è un tecnicismo giuridico. È una garanzia democratica. Perché troppo spesso, negli ultimi anni, stiamo assistendo a scioglimenti in cui il confine tra infiltrazione mafiosa e malaffare politico-amministrativo appare quanto meno sfumato e quando lo scioglimento si applica laddove basterebbe invece la responsabilità politica, il ricambio degli amministratori, la denuncia pubblica si corre il rischio concreto di un uso politico di uno strumento eccezionale, con sempre lo stesso effetto collaterale: la sospensione della democrazia, la punizione dei cittadini.

Questo non significa difendere chi sbaglia o chi è connivente. Significa pretendere rigore. Il clientelismo si combatte con la rivoluzione delle pratiche politiche, non con il commissariamento. La risposta alla sciatteria amministrativa è la buona amministrazione, la trasparenza, la partecipazione, il controllo democratico non l’azzeramento della democrazia.

Marano come caso nazionale

Marano può e deve diventare un caso nazionale. Non per un primato di cui andare fieri, ma perché quello che è successo qui interroga la tenuta democratica di tutto il Paese.

Cinque scioglimenti. Tre consecutivi e in almeno uno di questi, nel decreto e nella relazione allegata, si scrive nero su bianco che non sono stati trovati concreti elementi di condizionamento mafioso “ pur non essendo stato possibile individuare le concrete modalità attuative delle interferenze nelle scelte amministrative, la soggezione dell’amministrazione è posta in luce in modo univoco dall’esame di legittimita’ operato su numerosi atti amministrative” ma nonostante questo Il Consiglio Comunale è stato sciolto lo stesso. Se la legge deve funzionare come strumento di prevenzione e si scioglie per tre volte consecutivamente è evidente che lo strumento non funziona. Negli ultimi 10 anni ha governato piu’ lo Stato che la politica. Inoltre se applicato anche in assenza di prove certe di infiltrazione, non stiamo parlando di prevenzione antimafia: stiamo parlando di una forzatura di un uso distorto di uno strumento eccezionale che, ogni volta che scatta, ha un solo effetto certo: sospendere la democrazia e punire i cittadini.

Viene spontanea una domanda, che non è retorica ma politica: com’è possibile che a Sorrento il sindaco Massimo Coppola venga arrestato in flagranza mentre intasca una mazzetta a cena con 66mila euro già incassati e una tangente complessiva pattuita di 120mila euro per appalti comunali e il Comune riceva solo prescrizioni ministeriali? Com’è possibile che a Pomigliano d’Arco, dove la commissione d’accesso ha rilevato anomalie negli appalti, rapporti opachi con ambienti criminali e gravi disfunzioni amministrative, il Viminale escluda lo scioglimento e si limiti a chiedere correttivi? Mentre Marano viene sciolto cinque volte, tre delle quali consecutive, con almeno uno scioglimento in cui lo stesso decreto ammette l’assenza di condizionamento documentato?

Dov’è la coerenza? Dov’è la proporzionalità? C’è un problema evidente di applicazione non uniforme della norma. C’è un problema di narrazione e c’è soprattutto un problema strutturale che lo Stato non ha mai affrontato fino in fondo: quello di lasciare i comuni più fragili , con meno personale, meno risorse, meno personale negli uffici tecnici senza gli strumenti per resistere alle pressioni e per non cadere in quelle sciatterie amministrative che poi diventano il pretesto per l’intervento straordinario.

Marano non è sciolto cinque volte perché è un comune irrecuperabile. È sciolto cinque volte anche perché lo Stato non ha mai investito abbastanza per metterlo nelle condizioni di stare in piedi da solo.

Questo è il nodo che dobbiamo avere il coraggio di portare al centro del dibattito nazionale.

La zona grigia: il vero terreno di coltura

Nando Dalla Chiesa ha elaborato il concetto di zona grigia per descrivere quell’area di ambiguità in cui professionisti, amministratori, imprenditori, tecnici non sono organici alla criminalità organizzata, ma ne facilitano l’azione per convenienza, per paura, per omertà, per calcolo, per silenzio.

La mafia oggi funziona così: non soltanto con la violenza, ma con le relazioni, con le complicità, con l’abitudine all’opacità. Chi amministra territori difficili sa cosa significa ricevere pressioni su un appalto, su una variante urbanistica, su una concessione. Sa cosa significa il silenzio di chi potrebbe parlare e non parla.

La zona grigia non si combatte solo con le leggi penali. Si combatte con la cultura della legalità, con la trasparenza, con la scelta quotidiana di stare da una parte. La legalità non può essere ridotta a repressione penale: deve diventare cultura amministrativa e pratica quotidiana.

 

Ma la zona grigia non è fatta solo di silenzi e omertà. Ha anche un altro volto, più insidioso: quello di chi costruisce deliberatamente un personaggio pubblico fondato sulla legalità , il giornalista anticamorra, il procuratore integerrimo, l’amministratore trasparente e usa quella narrazione come schermo, come strumento di potere, come rendita di posizione.

È la zona grigia delle false narrazioni. Quella in cui l’antimafia diventa brand, la legalità diventa retorica, e chi dovrebbe fare da argine finisce per alimentare le stesse logiche opache che dice di combattere.

Un caso emblematico, qui in Campania, è quello di Mario De Michele , giornalista che per anni ha costruito una reputazione pubblica di paladino dell’antimafia, salvo poi essere condannato per aver simulato attentati contro se stesso, e trovarsi oggi a processo per estorsione ai danni di un sindaco. Un uomo che ha usato la narrazione della legalità come strumento di pressione e di potere personale.

Non è un caso isolato. È un meccanismo e dobbiamo avere il coraggio di nominarlo, perché lasciare che la retorica antimafia venga occupata da chi la usa strumentalmente significa svuotarla dall’interno danneggiando chi quella legalità la pratica davvero, ogni giorno, senza costruirci sopra un personaggio.

Chi fa politica in territori difficili sa riconoscere questo meccanismo. Sa cosa significa vedere qualcuno brandire la parola “legalità” come clava contro gli avversari, mentre nei fatti costruisce reti di relazioni opache, silenzi selettivi, convenienze reciproche.

Anche questa è zona grigia ed è forse è la più difficile da smontare, perché si presenta con il volto della virtù.

 

LEGALITA’ E TRASPARENZA

Le proposte: cosa dobbiamo chiedere come AVS

Un’assemblea politica deve produrre impegni concreti, non solo analisi. Ecco una struttura organica in sette assi, che tiene insieme l’esperienza diretta dei territori con una visione programmatica nazionale coerente con l’identità di una sinistra che non delega la legalità alla polizia, ma la radica nel diritto al lavoro, alla casa, all’ambiente e alla democrazia locale.

Riforma della legge 143 e discontinuità amministrativa.

I Nodi da sciogliere sono essenzialmente tre

 

Primo: distinguere la sciatteria amministrativa dal condizionamento mafioso.

Non è la stessa cosa. Un ufficio tecnico carente, una delibera mal istruita, una gara gestita con superficialità sono problemi seri ma sono problemi di buona amministrazione, non di infiltrazione mafiosa. Confondere i due piani non solo è giuridicamente scorretto , come ci ricorda la Corte Costituzionale ma è politicamente devastante: scarica sui cittadini il peso di disfunzioni che lo Stato stesso ha prodotto, lasciando i comuni senza organico, senza formazione, senza strumenti.

Secondo: La selezione della classe dirigente: una rivoluzione necessaria

parentele e frequentazioni non possono bastare ma occorre una seria selezione etica delle liste elettorali-

Nei decreti di scioglimento, in particolare riferimento alle relazioni di accesso , ricorrono spesso riferimenti a legami familiari, frequentazioni, contiguità relazionali. In territori come i nostri, dove le reti sociali sono dense e i cognomi si ripetono, questo criterio applicato senza rigore rischia di criminalizzare intere comunità. Serve un’operazione di verità e trasparenza: le relazioni vanno documentate, contestualizzate, valutate nella loro reale incidenza sugli atti amministrativi non usate come indizi generici di contaminazione.

Non basta riformare la legge. Occorre una rivoluzione nella pratica politica e nella selezione della classe dirigente.

Ai partiti spetta un compito preciso e ineludibile: fare una selezione etica delle liste elettorali. Parentele opache, frequentazioni ambigue, contiguità con ambienti criminali questi elementi devono essere valutati e pesati prima che una candidatura venga presentata, non dopo che il danno è fatto. È una responsabilità politica che non si può delegare né alla magistratura né alle prefetture.

Tuttavia le prefetture possono e devono fare la loro parte, prevedendo una scrematura preventiva sulle liste come sta accadendo in questi giorni a Mugnano di Napoli. Quella è la strada giusta: intervenire prima, quando ancora si può scegliere, non dopo, quando l’unico strumento rimasto è lo scioglimento e spesso con relazioni

Perché se quella verifica fosse stata fatta prima, in molti comuni — a partire dal mio — forse qualche scioglimento si sarebbe potuto evitare. E si sarebbero risparmiate anni di democrazia sospesa, comunità ferite, cittadini puniti per scelte che non avevano fatto.

La prevenzione vera inizia dalle liste. Inizia dalla qualità morale di chi si candida a governare. E questa è una responsabilità che i partiti non possono continuare a eludere.

 

 

 

Terzo: la legge deve essere strumento di prevenzione, non di punizione collettiva Le relazioni di accesso secretate: quando la trasparenza si ferma

 

Se lo scioglimento arriva senza che vengano contestualmente rafforzati gli strumenti per ricostruire personale, formazione, risorse, accompagnamento istituzionale diventa solo una sospensione temporanea della democrazia. La prevenzione vera significa mettere i comuni nelle condizioni di resistere alle pressioni prima che queste si trasformino in infiltrazione. Non intervenire dopo, con la mannaia del commissariamento, su enti che lo Stato ha già abbandonato a se stessi.

 

Le relazioni di accesso secretate: quando la trasparenza si ferma

C’è un altro nodo che impedisce alla legge di funzionare davvero come strumento di prevenzione. Le relazioni della commissione di accesso sono secretate e questo significa che chi è stato individuato nella relazione, cioè l’amministratore con frequentazioni opache, il funzionario con parentele scomode, il consigliere con legami borderline non lo sa o meglio: non può saperlo ufficialmente, non può difendersi, non può essere pubblicamente chiamato a rispondere.

Il risultato è paradossale. Lo scioglimento colpisce in modo indiscriminato l’intera rappresentanza democratica sindaco, giunta, consiglio senza che emerga pubblicamente chi, nella relazione riservata, è stato realmente segnalato come elemento critico. Gli altri, quelli che non avevano nulla a che fare con quelle contiguità, pagano lo stesso prezzo e spesso, come abbiamo visto, tornano a candidarsi indisturbati alle elezioni successive perché nulla è mai stato reso trasparente.

Se la legge vuole essere uno strumento di prevenzione e non di punizione collettiva, le relazioni di accesso devono poter essere conosciute almeno dagli interessati, con le garanzie del caso altrimenti la prevenzione resta una parola vuota: non si può correggere ciò che non si può vedere, non si può selezionare ciò che rimane nascosto, non si può costruire una classe dirigente più sana se i criteri di valutazione restano segreti.

La trasparenza non è un optional. È la condizione minima perché lo strumento torni a servire la democrazia invece di danneggiarla.

 

Le narrazioni tossiche e l’uso distorto dello scioglimento

C’è un’operazione di verità che non si può più rimandare. Perché troppo spesso lo strumento dello scioglimento non viene usato per quello per cui è stato pensato , la prevenzione dell’infiltrazione mafiosa , ma viene piegato ad altri scopi, attraverso narrazioni costruite a tavolino.

Nel migliore dei casi, diventa un’arma politica: uno strumento per abbattere amministrazio

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