L’eclissi dell’Umanità

di Maria Luisa Tardugno

 

 

A circa sette mesi dal cessate il fuoco a Gaza, ci rendiamo conto che l’emergenza non è finita, che tutto fa parte di un piano di sterminio, finanche i topi, le epidemie, la privazione di tutto, mentre sotto le macerie si continuano a scavare morti senza nome.

Le colline del Libano bruciano, palazzi e quartieri sono rasi al suolo, genitori vengono strappati ai figli, i figli strappati ai genitori, bombe, e ancora sangue. In Iran avanza l’ombra sempre più lunga di un conflitto totale, centinaia di morti, macerie, distruzione, orrore.

Il comune denominatore sono i corpi dei civili, trasformati in numeri, in merce per l’economia della morte, nel contempo il mondo sembra aver perso la capacità di scandalizzarsi e l’ipocrisia delle democrazie occidentali ha ceduto il passo alla cenere e al profitto. I governi, come sonnambuli, si muovono in un equilibrismo monco e i media diffondono in modo bulimico lo spettacolo del macabro. E mentre tutto questo accade, la guerra è tornata a regolare le relazioni internazionali. E no, non è un incidente della storia, ma una scelta deliberata, la scelta di sostituire il diritto con la forza, la diplomazia (su cui si è sempre contato) con l’annientamento.

Anche le parole diventano proiettili, con una percepibile e pericolosa mutazione semantica: un massacro di civili diventa “difesa preventiva”, la distruzione di interi quartieri residenziali diventa “smantellamento di strutture terroristiche”. È così che le vittime perdono la loro umanità e diventano invisibili.

È dalla notte dei tempi che i rapporti di forza regolano il mondo. Nel 416 a.C., sulla piccola isola greca di Melo, va in scena un grandioso episodio di cinismo che segnò la fine del Diritto nel modo più brutale. Nel celebre “Dialogo tra i Melii e gli Ateniesi”, Tucidide ci racconta di come Atene, che pure si vantava di essere il faro della civiltà e della democrazia, pose i cittadini di Melo di fronte a un bivio: sottomissione o sterminio. Quando i Melii invocarono la giustizia e la neutralità, la risposta ateniese fu raggelante: “Il diritto è un concetto che ha valore solo tra chi ha uguale forza; i forti fanno quello che possono, i deboli subiscono quello che devono” (V, 89). L’isola fu sottomessa, i Melii vennero deportati o uccisi. Ma, come la storia ci insegna, la “hybris” (la tracotanza) porta sempre alla “nemesis” (il castigo, la rovina).

Oggi, questa stessa logica domina il Medio Oriente. Quando la comunità internazionale permette che il diritto dei popoli venga calpestato in nome della “sicurezza” o della “necessità strategica”, stiamo tornando esattamente a quel dialogo. Se il forte può radere al suolo una città senza conseguenze, il Diritto Internazionale non è più uno scudo, ma un insieme di parole vuote.

La storia è piena di macerie, dalla distruzione di Cartagine nel 146 a.C. a quella di Gerusalemme nel 70 d.C., per citare solo alcuni episodi. Tuttavia, c’è una differenza sostanziale con quello che sta accadendo oggi. Mentre i Romani spargevano il sale sulle rovine per sancire una fine rituale e riappropriarsi della terra, oggi si distrugge non solo per il possesso del suolo, ma anche, e soprattutto, per la cancellazione dell’identità attraverso l’annientamento sistematico di scuole, monumenti, università, archivi, ospedali. Non è la furia di un legionario, ma la volontà di cancellare un popolo dalla stratigrafia della storia, privandolo della casa, del diritto di avere un futuro, della memoria. Se nell’antichità si distruggeva per punire, oggi si bombarda per rendere un intero popolo invisibile.

La crisi dei diritti umani è figlia di un’ipocrisia insostenibile: il doppiopesismo dell’Occidente, che invoca la sovranità per l’Ucraina ma la nega alla Palestina, ha svuotato di senso le parole “libertà” e “giustizia”. Gaza rappresenta oggi l’emblema dell’inefficacia delle istituzioni internazionali: fame ed epidemie usate come bombe, ferite che non si rimargineranno mai nella coscienza dell’umanità.

La distruzione del Libano, un paese già martoriato da una crisi economica senza precedenti, segue la stessa logica e trasforma la vita civile in un lusso inaccessibile.

Al centro di questo scacchiere vi è l’Iran, schiacciato tra un regime teocratico repressivo e la minaccia di un conflitto con Israele e Stati Uniti. La “guerra preventiva” è un gioco d’azzardo che scatenerebbe un’onda d’urto simile a uno tsunami di sofferenza. Nulla di buono si ottiene con le bombe: l’attacco all’Iran non porta democrazia, ma solo a un nuovo strato di cenere su una civiltà millenaria, alimentando un ciclo di vendette che durerebbe per generazioni.

Mentre la popolazione civile affoga nel fango delle tende o sotto le macerie degli ospedali o delle case, le industrie belliche guadagnano cifre mai viste, in un sistema che non ha bisogno di pace per prosperare, ma di un conflitto perpetuo per convogliare le ricchezze nei forzieri dei signori della guerra.

In questo scenario di impotenza, anche diplomatica, resta una sola forza capace di invertire la rotta: la mobilitazione dei popoli, la solidarietà materiale e il boicottaggio dell’indifferenza, riempiendo le piazze, chiedendo ai governi di sospendere gli accordi di morte e di interrompere il flusso di rifornimento per le carneficine.

In un’epoca in cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, va ricordato che se questo non è uguale per tutti non è diritto, ma solo un paravento sgangherato della legge del più forte per nascondere un motore economico spietato, in cui ogni bomba lanciata è un trasferimento di ricchezza verso l’industria bellica e una sottrazione di risorse per le nuove generazioni, e anche per la nostra.

La pace è l’unica strategia sana. Schierarsi contro chi ordina i massacri e dalla parte di chi lavora per la pace è l’unica azione da compiere, gridando forte che la guerra è il fallimento di ogni politica e che nessuna giustizia sociale potrà mai esistere sotto le bombe. È la nostra coscienza collettiva che si deve rifiutare di accettare il massacro come destino dei popoli.

Se non chiamiamo le cose con il loro nome, se non diciamo chiaramente che si tratta di occupazione, di sterminio, di genocidio,  diventiamo complici della normalizzazione di questo tempo, perdendo la verità delle parole, la fame non è un effetto collaterale e bombardare i civili indiscriminatamente non è una misura di sicurezza, ma un crimine contro l’umanità. Non si può chiamare “difesa” ciò che è aggressione, né “errore” il massacro di duecento bambini in una scuola.

Se non verrà imposta la pace attraverso la politica, studieremo il nostro tempo solo attraverso le macerie. Dobbiamo essere, invece, noi la voce che interrompe il dialogo dei forti di Tucidide, ricordando al mondo che nessuna sicurezza può essere costruita sulle fosse comuni e sul sangue. Solo una giustizia che non conosce confini può salvarci dall’eclissi dell’umanità. Il Diritto Internazionale esiste e un Melo vale quanto un Ateniese.

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