NO KINGS, NO LEADERS. Per una democrazia fondata sulla partecipazione.

di Sirio Conte

In poche settimane il mondo è stato attraversato da una serie di eventi che avevano in comune il forte bisogno di riaffermare la centralità della democrazia come imprescindibile valore universale.
Le manifestazioni “No Kings” che hanno invaso le strade delle principali città del cosiddetto “occidente”, lo straordinario e per certi versi inatteso successo, in Italia, del No al referendum sull’ordinamento della magistratura ed infine le elezioni ungheresi che hanno messo la parola fine alla saga di un regime autoritario e dalle caratteristiche mafiose, sono il segno più evidente di una ribellione delle coscienze all’epoca oscura che stiamo vivendo.
Una fase che ha avuto un doppio starter, come una sorta di terribile uno due. Prima l’avvio del genocidio palestinese da parte del regime sionista, poi l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Un vero e proprio Caterpillar globale ha ridotto in macerie il già labile diritto internazionale e poi via via le regole del commercio mondiale, la sovranità degli stati, i diritti umani, la libertà dell’informazione, il rispetto della verità scientifica. In particolare l’offensiva nera ha avuto come obiettivo la messa in discussione dello stato di diritto, con l’equilibrio fra i poteri e l’eguaglianza di fronte alla legge fino a limitare i diritti politici e minacciare le libere elezioni. Trump, Nethanyau, Orban sono stati i principali protagonisti, in questi anni, della resistibile ascesa di una destra cui l’unico obiettivo è il raggiungimento dei  pieni poteri e dell’arricchimento personale. Lo stato di guerra permanente, in questo quadro, si configura come il terreno più congeniale su cui coltivare questo abominio politico. Nessun limite all’uso indiscriminato della indicibile violenza delle armi, i civili (pensiamo alle migliaia e migliaia di bambini trucidatii) presi costantemente di mira, i giornalisti diventati bersaglio per far tacere ciò che resta della libera informazione, gli assassinii mirati, la distruzione sistematica delle principali strutture al servizio delle popolazioni (ospedali, scuole, centrali elettriche, ponti) è questo il quadro che compone la realtà dei nostri tempi.  E mentre declina la tradizionale diplomazia, il Trumpismo impone dazi come il racket impone il pizzo. Le negoziazioni si protraggono stancamente senza un punto di certezza generando instabilità economica e crisi permanente.
I costi di questa drammatica situazione si scaricano interamente sulle masse popolari, con le grandi ricchezze che si accrescono sempre più mentre si estendono vecchie e nuove povertà. Verso chi si oppone a questo stato di cose, come anche a tutti quelli che in qualche modo vengono ritenuti eccedenti rispetto all’ordine sociale esistente,  viene riservata una massiccia ondata di politiche repressive. Negli Usa siamo alle retate sistematiche nei confronti dei migranti (indipendentemente dalla condizione di legalità o meno) ed anche per tutti quelli che si battono contro questo stato di cose sino a giungere agli omicidi in diretta a Minneapolis. In Israele il genocidio del popolo palestinese e l’occupazione delle loro terre viene accompagnato dall’adozione della pena di morte su base etnica in spregio ad ogni concezione dello stato di diritto.
In altri paesi, pensiamo all’Argentina, vengono spazzate via garanzie costituzionali e politiche sociali, mentre viene imposta al mondo intero una concezione antiscientifica e negazionista sulla crisi ambientale che stiamo attraversando a partire dai cambiamenti climatici. Le stesse innovazioni in campo digitale non mirano a liberare tempo di lavoro e diffondere prosperità, ma vengono utilizzate per creare nuove schiavitù, pratiche di controllo ed impoverimento complessivo. Questo capitalismo dal volto diabolico presenta il potere senza limiti che invade ogni spazio della vita e minaccia l’esistenza stessa del pianeta così come l’abbiamo conosciuto.
Ma a fronte di questa massiccia offensiva si levano sempre più forti segnali di resistenza e ribellione. Una mobilitazione che nasce dal basso ed intreccia mille esperienze associative, politiche, sindacali, culturali. Storie e percorsi diversi che convergono nella opposizione a questa moderna barbarie e pian piano progettano alternative. E sono giovani generazioni di attivisti che prendono in mano il proprio destino e si propongono come elemento portante delle mobilitazioni.
Lo abbiamo visto nel nostro paese. La partecipazione giovanile al referendum ha sconvolto le previsioni della vigilia immettendo nel dibattito pubblico un nuovo punto di vista. Che parte da lontano, da quella Costituzione antifascista che sempre più viene vista come la possibile via d’uscita dal pantano in cui le fallimentari scelte politiche di questi decenni ci hanno condannato.
Nelle manifestazioni successive così come nella scadenza del 25 aprile si è determinata con forza l’esigenza di una vera e propria svolta democratica e costituzionale. Se in tutti questi anni si è affermata una ideologia che puntava alla prevalenza delle funzioni esecutive ed una riduzione della partecipazione, oggi sempre più viene richiesto un nuovo equilibrio tra i poteri che passi dalla centralità delle istituzioni elettive, dalla garanzia di un vero pluralismo e dalla concezione che i conflitti lungi dall’essere considerati come un inceppo sono invece il sale della democrazia. La quale vive giorno per giorno e non una volta ogni 5 anni. Anche per questo occorre che le forze democratiche e progressiste raccolgano il monito che proviene dalla società e rileggano con attenzione l’esito catastrofico dell’ubriacatura maggioritaria e leaderistica della cosiddetta governabilità.
Nel momento in cui ci si avvia alla definizione di un percorso che punti alla sconfitta del governo reazionario e alla costruzione dell’alternativa, occorre comprendere che vecchie strade non verrebbero comprese. La centralità di un programma fondato sulle esigenze sociali ed ambientali, sulla pace e sui diritti, si deve accompagnare ad una nuova configurazione democratica fondata sulla partecipazione. Ecco che quindi sarebbe del tutto sbagliato riproporre la via delle primarie per la cosiddetta leadership. Se qualcosa dobbiamo imparare dalle straordinarie mobilitazioni in corso è che non solo non abbiamo bisogno di re, ma neanche di leader. “Porque esta vez no se trata de cambiar un presidente será el pueblo quien construya un Chile bien diferente.”  Le parole degli Inti Illimani risuonano ancora nella nostra memoria, come monito nella storia di chi pur non avendo avuto la forza, aveva tutte le ragioni del mondo.

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