di Sirio Conte
La città di Pozzuoli, e con essa l’intera area dei Campi Flegrei, sta vivendo il periodo più duro della sua storia recente. Infatti dal 2023 ad oggi la crisi sismica non accenna ad attenuarsi determinando una situazione di emergenza cui non si riesce a scorgere il termine.
Pesanti sono le ricadute sulle condizioni di vita dei cittadini. Si avvicina sempre più il numero di 5.000 persone sfollate, l’inagibilità di molti edifici scolastici, la chiusura di numerose attività commerciali. In poche parole intere aree della città si desertificano mentre crescono la disperazione e l’abbandono. In tutto questo si avverte la pesante inadeguatezza della risposta istituzionale ed una incapacità della politica di realizzare soluzioni rapide e concrete ai problemi che questa crisi pone.
Attualmente la principale iniziativa che viene avanti dal fronte istituzionale è la cosiddetta autonoma sistemazione vale a dire una sorta di delega ad un mercato edilizio già di per se pompato dai fenomeni della turistizzazione massiva e della gentrificazione. Dare un contributo alle famiglie in cerca di una abitazione, temporanea o meno, non risolve il problema anzi lo amplifica spianando la strada ad una speculazione che già fa sentire i suoi colpi su un dramma di enormi dimensioni. A questa povertà di iniziativa si accompagna una discussione del tutto assurda sul tipo di provvedimenti da assumere, tra proclamazione dello stato di emergenza e legislazione speciale, in assenza di una visione strategica sul che fare e sul quadro di misura da assumere per fronteggiare l’emergenza e costruire una prospettiva. Del resto pensare a contenitori senza contenuti effettivi, diventa un esercizio inutile.
Eppure nel corso di questi mesi si è sviluppata una forte mobilitazione dei cittadini che chiedono risposte immediate, mentre comitati e movimenti hanno presentato diverse proposte per affrontare la crisi attuale.
Eppure non è la prima volta che la città affronta una crisi e le esperienze del passato probabilmente andrebbero riprese sia per recuperare quanto di positivo è stato determinato come pure per evitare gli errori commessi.
Le crisi del 1970 e del 1983 ebbero un filo conduttore, un’idea che caratterizzò tutti gli interventi: nessun puteolano deve essere costretto a lasciare la città e le soluzioni vanno ricercate all’interno del territorio puteolano.
Nel 1970 gli eventi sismici colpirono l’area storica della città ed in particolare il Rione Terra, l’antica rocca di Puteoli. Migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie abitazioni e scattò immediata da un lato la risposta istituzionale con un confronto costruttivo tra la maggioranza di governo a guida democristiana e l’opposizione comunista, dall’altro si sviluppo’ un’onda di solidarietà. Di rilievo fu l’iniziativa del comune di Giugliano, con il sindaco comunista Mallardo, che requisì alberghi e seconde case sul litorale domizio per ospitare gli sfollati. E proprio la requisizione fu uno degli strumenti utilizzati per fare fronte all’emergenza. Ma già l’1 giugno 71 con decreto legge 290 poi modificato il 19 luglio con legge 475 si sancì l’azione del ministero dei lavori pubblici per attuare le opere di ricostruzione, ovviamente di concerto con il Comune. Nella legge si avverte forte il segno lasciato dal PCI proprio a partire dagli elementi caratterizzanti: oltre all’azione di risanamento ove possibile, la scelta di utilizzare il territorio di Toiano per la costruzione del rione che avrebbe ospitato le famiglie sfollate e l’acquisizione del Rione Terra a patrimonio inalienabile del Comune di Pozzuoli con la sua destinazione ad uso culturale e collettivo. In questo modo si rispose all’emergenza abitativa e si mise una vera e propria pietra tombale ad ogni tentativo di utilizzo speculativo del dramma.
La costruzione del Rione Toiano avvenne, dopo un concorso per la definizione del progetto, in tempi rapidi (se paragonati all’oggi) ovviamente con luci ed ombre. Infatti se i palazzi sono ancora oggi un esempio di solidità ed indubbiamente gli interni assai ampi e funzionali (chi conosce quella realtà sa bene quale fu all’epoca l’impatto positivo per famiglie cresciute in ambienti ristretti), la parte che riguardava servizi e spazi comuni è stata assai deficitaria. Del resto era l’epoca di un certo approccio urbanistico all’edilizia popolare (si pensi a Corviale a Roma o alle stesse vele di Scampia) e lo stesso assetto del Rione risulta un pò una sintesi fra questo tipo di configurazione e chi invece prefigurava un sistema di lotti concentrici con un’area/cortile interna.
Diversa fu l’esperienza del 1983, anche se rimaneva centrale l’idea che la soluzione rimaneva all’interno del territorio cittadino. Il contesto generale risentiva della configurazione scaturita dal terremoto del 1980 che aveva coinvolto parte dell’Italia meridionale, quindi del ruolo della nascente Protezione Civile (con i ministri Scotti e Zamberletti) e della legge 219 per la ricostruzione. In questo caso venne individuato nel territorio di Monterusciello l’area sulla quale edificare un quartiere che nelle intenzioni originarie doveva essere temporaneo (infatti edificato in prefabbricazione pesante) in attesa del recupero dell’area centrale della città ed il ritorno dei cittadini negli edifici risanati. Infatti secondo quella pianificazione il centro di Pozzuoli doveva essere investito da un processo di profonda revisione urbanistica con l’abbattimento degli edifici non recuperabili, il diradamento dell’impatto antropico sull’area, la costruzione nell’intero territorio dei Campi Flegrei di una rete di vie di fuga in grado di procedere tempestivamente all’evacuazione se necessario.
Ma le cose non andarono come previsto: con l’avvento degli anni ’90 il centro di Pozzuoli divenne una sorta di città fantasma, i lotti provvisori di Monterusciello diventarono permanenti e lo sblocco della ricostruzione fu affidata al mercato con il conseguente aumento della popolazione cittadina.
E siamo giunti ad oggi. Il confronto con il passato appare impietoso, se le istituzioni e la politica nelle altre esperienze si presentavano con una visione della città fondata sulla centralità di una identità che doveva restare nella propria terra, oggi, dopo anni dall’inizio della crisi, appare difficile scorgere una qualche strategia che dia una prospettiva alla città.
Eppure per restare con i piedi per terra occorre volare alto.
Se vogliamo convivere, come da millenni, con il bradisisma e con la realtà della caldera flegrea occorre necessariamente rimodulare l’assetto urbano rispetto alle nuove esigenze. E partendo da un punto di chiarezza: l’approccio neoliberista che sembra sottostare alla base delle attuali scelte politiche è del tutto inadeguato ad affrontare la complessità del tema.
Bisogna ripartire dalla parola d’ordine che ha caratterizzato la nostra storia: nessun puteolano deve essere costretto a lasciare Pozzuoli. Per questo occorre un ruolo centrale del pubblico sapendo che i necessari finanziamenti richiesti sono un investimento di civiltà.
Ed allora si possono mettere insieme alcuni punti ineludibili per coniugare risposta immediata all’emergenza e prospettiva di sviluppo urbano.
è ineludibile il tema delle requisizioni (con giusto indennizzo) per affrontare il tema degli sfollati senza consegnarli alla forca della speculazione.
Al termine delle verifiche sulla agibilità e ricuperabilità degli edifici, occorre un piano per abbattimenti e risanamento.
Vanno individuate aree sicure dove realizzare un nuovo rione senza incorrere negli errori del passato (quindi ripensando alla fattura degli alloggi e alla creazione di servizi e spazi di socialità così come aree ampie di verde pubblico)
Rispondere oggi al tema dei lotti di Monterusciello con una idea di ricostruzione da”palazzo a Palazzo”
Trasformare Pozzuoli in una Comunità Energetica Rinnovabile con l’utilizzo delle superfici edilizie per installare pannelli fotovoltaici con il fine, oltre al dato ecologico, di abbassare i costi dell’energia.
Costruire in una delle aree individuate un vero e proprio Palazzo delle Arti (cinema, teatro, arti visive, biblioteca) come punto di riferimento internazionale e catalizzatore di attività. Aggiungerei una provocazione: potrebbe diventare la sede permanente di “Terrae Motus” la mostra curata da Lucio Amelio dopo il terremoto del 1980 e attualmente collocato in maniera un pò anacronistica nella Reggia di Caserta.
Come si vede sarebbe utile un confronto che mette in campo proposte che guardano all’oggi ed al domani della città. Aggiungo che alla obiezione sui fondi si potrebbe facilmente rispondere citando l’inutile e dannoso spreco di risorse di quella vera e propria idrovora di danaro pubblico rappresentato dal cosiddetto “ponte sullo stretto”.
Invece credo che proprio alla vigilia della discussione sulla legge di bilancio dello Stato andrebbe sostanziato un Fondo nazionale sull’emergenza idrogeologica in grado di affrontare una problematica permanente nel nostro paese.
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